Wat Phu, l’antico tempio Khmer del Laos

I fiori di loto nel bacino sono sfioriti, un bufalo pascola sull’erba della riva, le pietre sacre brillano sotto l’afa lungo la via cerimoniale. Wat Phu ribolle di un’aurea di spiritualità antica, poco celata dalle rovine e dai resti in continuo restauro. Anzi, sembra proprio che questo sito, nel Laos del Sud, sia magico, abbia un’energia tutta sua che lo fa vibrare nel caldo afoso della mattina.

I pellegrini e i visitatori si muovono a rilento sulla terra rossa, camminano sotto gli ombrelli
multicolore, come quelli che accolgono i turisti all’entrata del luogo, dove c’è un’oasi
all’ombra con il bar e il negozio di souvenir. Da qui inizia un percorso rituale ancestrale, combinato con misticismo, archeologia e natura.

Wat Phu è stato costruito alle falde del monte Phou Khao, che secondo la tradizione avrebbe una forma fallica, ricordando il lingam, il simbolo della Creazione e del potere di Shiva.

Per questo il tempio hindu dell’epoca Khmer, antecedente a quelli di Angkor in Cambogia, è consacrato al Dio della nascita dell’Universo in quella religione, che abiterebbe anche nella montagna sacra.

Tutt’oggi qui avvengono molte celebrazioni rituali, come quella che si svolge la notte di luna piena del terzo mese lunare, di solito in febbraio.

In quell’occasione Wat Phu sembra tornare alla magnificenza di un tempo, con cerimonie di benedizione da parte dei monaci, corse di elefanti e bufali, una grande fiera con musica e balli tradizionali laotiani per un lungo weekend.

Nella provincia di Champasak, a pochi chilometri dal Mekong, come tutto in questo angolo del Laos, e dalla città di Pakse, Wat Phu ha visto gloria e sconfitta, fedeli e curiosi. Il primo santuario fu costruito nel V secolo su una fonte considerata sacra già nel II secolo, ma le strutture
che oggi si possono vedere sono datate tra l’XI e il XIII secolo.

Il tempio della montagna, il significato del nome Wat Phu, è un intricato insieme di costruzioni, pilastri, colonne, architravi, frontoni, terrazze, cortili, mura, porte, palazzi, incisioni che sembrano arrampicarsi ai lati del monte.

Sicuramente meno grandioso e dettagliato di Angkor Wat, è comunque un luogo capace di emozionare e ancora ricco di sacralità.

Dopo l’entrata con gli ombrelli colorati, subito davanti, si trova un piccolo ma
interessante museo con i reperti del Wat Phu: statue, fregi, decori, pannelli fotografici e spiegazioni sul tempio e sulla storia del regno di Champa, che si è esteso per un periodo in questa zona del Laos, e di un popolo, proveniente dall’antico Vietnam, in continua lotta con gli altri
dell’Indocina, soprattutto con quello Khmer di Angkor: molti decori dei templi cambogiani raffigurano proprio queste battaglie di conquista.

A Wat Phu non ci sono scene del genere sulle strutture, tutto è più rigoroso, almeno in quello
che è arrivato sino a noi, al massimo decori a sfondo religioso e mitologico.

Dal museo per chi non vuole affrontare la lunga camminata verso la montagna ci sono alcuni mezzi di trasporto elettrici: comunque portano solo al bacino dei fiori di loto (l’unico rimasto dei vecchi
serbatoi idrici, ancora pieno d’acqua), da qui il visitatore deve andare a piedi, affrontando un
percorso parallelo con un po’ di ombra e qualche albero oppure la via cerimoniale con i tanti
lingam, messi in fila uno dietro l’altro a segnare il cammino. Viene subito da pensare, sulla strada dritta al cuore del Wat Phu, se questa non sia legata a qualche antico mistero, secondo alcuni racconti sarebbe posta in modo da catturare la luce del sole all’equinozio di primavera.

Comunque sia, Wat Phu è uno dei siti archeologici più antichi del Laos ed è legato alla presenza di una sorgente proprio in cima alla scalata che parte dalla spianata con le due costruzioni gemelle, chiamati palazzo maschile e quello femminile, decorati con ricchi frontoni e architravi e con un cortile interno. In mezzo alle due strutture, l’asse della strada cerimoniale continua verso la montagna con accanto i Naga, i serpenti protettori dei luoghi sacri, e i lingam.

A quanto pare, in cima esisteva già una struttura megalitica del II secolo, con due celle di pietra e diverse piattaforme di offerta a un potente spirito legato all’acqua della sacra sorgente: su una
roccia piatta un’incisione di un coccodrillo dalle fattezze umane ricorderebbe proprio i sacrifici fatti alla divinità in quel periodo.

Nei secoli, il santuario venne consacrato a Shiva, mentre a metà del XIII secolo quando il Laos divenne in prevalenza buddista, Wat Phu si trasformò in centro di culto buddista Theravada.

Costruito in arenaria, laterizi e mattoni, Wat Phu è, come altri templi khmer, orientato verso est, anche se per via della montagna l’asse è rivolto otto gradi a sud. Sulla riva del Mekong, a sei chilometri dal luogo, si trovava una città commerciale, di cui oggi rimane ben poco. Ma soprattutto
un tempo, quando il sito era sotto il controllo dei Khmer, la via cerimoniale arrivava, passando per diversi altri santuari, fino ad Angkor e veniva percorsa dai sovrani di quel regno in occasioni rituali.

La strada si inerpica sulla montagna, tra pietre sconnesse e resti antichi. In totale a Wat Phu si trovano sei terrazze collegate da ripide scale e rispecchiano le antiche disposizioni di armonia tra natura e umanità. Tra i reperti si possono ammirare diverse incisioni, tra cui una di Vishnu che cavalca Garuda e una di Idra, il Dio della guerra, in groppa ad un elefante a tre teste,
quattro immagini di Buddha.

Dalla terrazza del santuario si gode una visione unica sulla montagna, che sembra quasi farsi toccare, e giù verso le rovine e il bacino. Scendendo si viene riassorbiti dall’afa e della spiritualità emanata da Wat Phu, simbolo antico e intenso del Laos.

Info:
www.tourismlaos.org/

Foto di Sonia Anselmo
Si ringrazia www.asiatica-travel.it per l’organizzazione del viaggio e l’assistenza

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