Vientiane, ritmo lento tra templi e Mekong in Laos

Il tramonto non riesce a perforare il cielo reso grigio dal caldo umido di marzo e dalla foschia. Vientiane, però, sembra brillare di entusiasmo, appena la temperatura si fa più accessibile sulle rive
del Mekong: i bambini si lanciano sui giochi gonfiabili, le signore si scatenano con i balli di gruppo, si accendono le luci sulle bancarelle dello street food, del mercatino notturno e sulla fontana Nam Phou al centro della piazza, sulla Rue Pangkham, la strada centrale dei ristoranti e dei locali.

Vientiane sembra mutare in una seconda vita, più morbida e gioiosa, scandita dallo scorrere lento delle acque del grande fiume, come in tutto il Laos.

La piccola capitale del Laos non è mai frenetica o molto trafficata, ma il caldo umido la rende più lenta, più flemmatica, rarefatta. Anche sotto l’arco di trionfo- stupa, simbolo cittadino, la gente si siede sulle panchine in cerca di refrigerio momentaneo. Un’illusione.

Alcuni non resistono e salgono gli impervi scalini che portano alla cima del Patuxai Laos, il monumento della Vittoria, bianco di travertino, un incrocio tra i ricordi colonialisti francesi e la spiritualità laotiana.

Dedicato ai caduti delle guerre del XX secolo, finito nel 1968, con l’ispirazione all’Arco di Trionfo parigino, si pone al centro di una rotonda, con un giardino intorno e una fontana che la notte si colora. Dall’alto della terrazza si gode il panorama su tutta Vientiane, ma sono
i decori della base, tinti di azzurro e oro e raffiguranti la mitologia induista, a stupire.

Un po’ come Vientiane, sotto la patina della contemporaneità, si scova la storia, la spiritualità, l’indole atavica e l’anima vera. Sospesa tra il passato, le tradizioni, la religione, e
il presente aperto al turismo, con i locali dall’impronta internazionale, con le
belle terrazze e le lanterne ai rami degli alberi, come il Khop Chai Deu, e le fontane illuminate di vari colori nella notte.

Un mix di tuk tuk, tessuti elaborati, bus nuovi per visitatori, monaci che spazzano davanti ai templi, signore che vendono involtini primavera o frutta in cesti agli angoli delle strade, fili elettrici intrecciati e volanti, alberi di frangipane e ninfee viola, luci roboanti, ristoranti etnici eleganti, piccoli centri commerciali caotici e bancarelle strapiene di oggetti, polvere e splendore.

Vientiane ha qualcosa che commuove, un sentimento difficile da spiegare, una semplicità che colpisce al cuore, sarà nei sorrisi e nella disponibilità dei laotiani, sarà nel modo di vivere così tipicamente indocinese, così antico e non contraffatto dalle follie estremiste occidentali.

Quest’aurea ancestrale si respira al Pha That Luang, il grande stupa dorato, una delle mete più importanti di Viang Chang, la città della Luna, (il nome originale di Vientiane, senza francesismi), fondata nel IX secolo sulla fertile riva del Mekong, capitale del regno del milione degli elefanti, il Laos o Lao, come preferiscono i suoi abitanti, dal 1560.

Il tempio risale proprio a quel periodo, anche se è stato ricostruito in epoche più recenti, dopo le guerre ottocentesche con la Thailandia. Di sicuro, con il suo scintillante stupa a più terrazze, con alla base templi più piccoli per i fedeli, e tutt’intorno il porticato con antiche rappresentazioni di Buddha, il Pha That Luang è uno dei luoghi sacri di Vientiane più amati dal popolo. Soprattutto a novembre, quando da qui parte BounThat Luang Festival, una commemorazione di tre giorni di processioni.

Il Pha That Luang sorge sui resti di un tempio induista del III secolo a.C. e custodirebbe una reliquia di Buddha, un frammento dello sterno, nello stupa alto 45 metri con il pinnacolo che rappresenta un fiore di loto stilizzato.

Un tempo, prima dei saccheggi e delle distruzioni, era tutto ricoperto di lamine d’oro. Oggi è stato ridipinto e splende tra i naga, i serpenti protettori, alcuni reperti antichi, il chiostro con immagini sacre. E’ molto venerato dai fedeli anche perché ospita un piccolo Buddha seduto, sopravvissuto alle distruzioni thai, che secondo i laotiani avrebbe il potere di esaudire i desideri in cambio di offerte come fiori, frutta, incenso e candele.

Il grande stupa è circondato da un bellissimo parco, con una statua del re Setthathirat I, colui che rese Vientiane florida, e nel complesso si trova anche un altro tempio, più colorato e vissuto, ricco di statue di Buddha nelle posizioni legate ai giorni della settimana, di naga dipinti, un grande Buddha sdraiato, strutture dai tetti rossi e le porte dorate, alberi giganti, fiori, gli immancabili cagnolini, i panni stesi ad asciugare e monaci.

Un’altra meta imperdibile di Vientiane è il Wat Si Saket, tra luogo sacro e museo a cielo aperto. Si attraversa un cortile con vari stupa, un gatto in cerca di coccole dal venditore di quadri, un’altra gattina in posa sulla bancarella delle bibite, qualche panchina sotto i maestosi alberi, un edificio destinato a biblioteca di testi religiosi e si arriva nel tempio, famoso per le oltre sei mila e 800 statue di Buddha che si trovano tra le nicchie e in fila nel porticato che lo circonda.

Il cuore del Wat Si Saket è la sala dell’Ordinazione, che ricorda, con il tetto marrone, con le teste dei naga sopra e il colonnato, l’architettura thailandese. Questa parte di Vientiane ha molto in comune con il Paese confinante: attraversata la strada, proprio di fronte al Wat Si Saket, c’è il Ho Phra Keo, l’antico tempio cinquecentesco, ex cappella reale, destinato a custodire il Buddha di Smeraldo, purtroppo preda di guerra da parte dei soldati siamesi e finito a risplendere a Bangkok. Oggi al suo posto, si trova un museo destinato all’arte sacra e un rigoglioso parco.

Altri luoghi di Vientiane meritano una sosta, come il Wat Mixai, proprio sulla strada dei ristoranti, Rue Pangkham, con le sculture dei guardiani feroci alle porte e la quotidiana routine dei monaci, o il Buddha Park, un giardino fiorito con enormi statue di miti e dei induisti e buddhisti, sulla riva del fiume, poco fuori città.

Alla periferia cittadina si trova anche Cope, il centro di riabilitazione con museo annesso dedicato alle vittime delle bombe inesplose, durante e dopo la guerra del Vietnam. Un pugno nello stomaco, addolcito dalle sculture fatte con le mine recuperate che sembrano moderni lampadari, che racconta un altro lato di Vientiane, quello più cupo e drammatico. Ma basta tornare nel centro cittadino, immergersi nel parco che costeggia il Mekong, osservare le signore ballare e i bimbi giocare, che la vita riprende il ritmo lento di Vientiane.

Info:
www.tourismlaos.org/

Foto di Sonia Anselmo
Si ringrazia www.asiatica-travel.it/ per l’organizzazione del viaggio e per l’assistenza

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