Phnom Penh, luci, oro e la memoria del dolore

Il tetto dorato del palazzo reale manda bagliori luminosi in cielo. Il cuore di Phnom Penh è uno stupefacente insieme di pagode, edifici, giardini, curiosità e splendori.

Varcare la soglia del complesso è un immergersi nella tradizione, nella religione buddista mischiata all’induismo, nei simboli ancestrali, come i garuda che sostengono il tetto, i serpenti mitologici Naga attorcigliati sulle scale, le quattro facce di Buddha, come quelle dell’antica città di Angkor, ma moderne (risalgono al 1919) e colorate, che svettano sopra una sottile e alta guglia, nel Buddha conservato all’interno del tempio, che quasi acceca per l’oro e i diamanti, negli affreschi murali che raccontano leggende del passato e l’epopea indiana del Ramayana in un trionfo di dettagli e colori.

Il re di Cambogia, Norodom Sihamoni, vive qui: molto amato dal popolo, anche se forse meno del precedente, considerato il vero padre della Patria, si riconosce se è presente dalle imposte celesti aperte della sua residenza, in un angolo meno imponente del resto del palazzo reale. Proprio perché il sovrano ci abita alcune strutture sono chiuse al pubblico, ma il resto visitabile è assolutamente da non perdere a Phnom Penh.

Al primo impatto il palazzo di Phnom Penh ricorda quello similare di Bangkok: il re Norodom, che lo volle costruire a fine Ottocento, si ispirò all’omologo thailandese.

I tetti in stile khmer aggiungono fascino, così come l’imponente sala del trono che si ammira solo dalle finestre sui lati, non si può accedere: dentro il trono sovrastato da un baldacchino, statue di alcuni sovrani, tappeti rossi e oro ovunque. In un padiglione a parte è stata ricostruita una processione di un’incoronazione, molto utile per capire come si muovono i cambogiani in quel giorno, mentre in un’altra sala sono conservati gli abiti cerimoniali, anche questi un tripudio di sete preziose, ori e luccichi.

Nel palazzo reale di Phnom Penh si notano un edificio in ferro battuto, il padiglione di Napoleone III, dono dell’imperatore francese al sovrano dell’epoca, che stona con il resto del complesso,
quattro grandi stupa, che conservano le ceneri dei re, un modellino dell’Angkor Wat, il tempio della civiltà khmer, una biblioteca che custodiva i libri sacri, giardini e aiuole curatissime, ma il cuore e la vera meraviglia è la Pagoda d’Argento.

In realtà è il Wat Preah Keo, tempio del Buddha di smeraldo, ma viene chiamato Pagoda d’Argento per via del pavimento ricoperto da oltre 5 mila piastrelle di questo materiale, che pesano circa un chilo ciascuna: in pratica cinque tonnellate di metallo, ricoperte da tappeti rossi per non essere sciupate dai visitatori, che non possono fotografare.

Non è l’unica preziosità del luogo sacro, uno dei luoghi di Phnom Penh e dell’intera Cambogia dove si può ammirare ancora lo splendore del passato e della civiltà khmer. L’esterno e la scalinata
che porta al sontuoso interno sono in marmo di Carrara.

Una volta dentro difficile resistere al luccicore dell’oro: è ovunque, sulle pareti, sugli oggetti esposti, sul piedistallo del Buddha di smeraldo, al centro della sala, realizzato in cristallo. Ma soprattutto è sul Buddha del futuro, proprio davanti, in una teca: a grandezza naturale, pesante
90 chili, ornato da oltre 2080 diamanti, che brillano sotto le luci, come quello incastonato nella
corona di 25 carati, è uno spettacolo che lascia a bocca aperta per la sorpresa tutta d’oro. Una sfarzosa testimonianza dell’arte cambogiana.

Per chi ama il passato illustre, le storie antiche, le figure mitologiche e non, il Museo Nazionale di Phnom Penh, a poca distanza dal palazzo reale, è una miniera di stupore e bellezza. Qui, in una struttura dal tetto rosso in stile tradizionale sostenuto dai Naga, nelle sale raggruppate intorno ad un cortile con una fontana con i fiori di loto e i pesci nel mezzo, si possono ammirare molti reperti di Angkor, una collezione di Buddha scampati alla guerra civile, rappresentazioni sacre, statue di Vishnu e Shiva del VII e VIII secolo, danzatrici apsara, custodi dei templi dalla testa di leone o di scimmia, ceramiche e bronzi di varie epoche. Uno dei musei più belli per l’arte khmer al mondo. In più, i giardini, usati anche per eventi di gala o di rappresentanza, rivelano orchidee, fiori e alti alberi presi come tana dai pipistrelli che spesso si incontrano a Phnom Penh.

Come davanti alla collina del Wat Phnom, il tempio principale, dove rivive la leggenda della nascita della città. Si racconta che una signora facoltosa di nome Penh vide un tronco enorme galleggiare sul fiume, lo fece portare a riva da alcuni pescatori e si scoprì che conteneva quattro immagini
di bronzo di Buddha.

Considerandolo un segno divino, la signora fece costruire un tempio sull’unica altura del villaggio: era il 1372 e il borgo da allora si chiamò Phnom Penh, collina della signora Penh, in onore della mecenate.

Oggi all’interno del santuario, ricostruito più volte nei secoli, si trovano varie sculture sacre oltre a una statua che raffigura la fondatrice della città. E’ molto frequentato dai cambogiani che vengono qui a fare offerte, a pregare e a godersi il verde circostante lungo le due scalinate che
sembrano abbracciare la collina. Si sale al tempio anche dalla grande scala con i Naga, i leoni e gli altri simboli dei custodi sacri e si trovano anche altri piccoli tempietti e stupa.

Phnom Penh è una città vivace, trafficata, fatta di contrasti: le stradine strette affollate di tuk tuk e le grandi piazze che la notte si illuminano di vari colori, i ristoranti eleganti in riva al Mekong e le bancarelle al mercato notturno proprio accanto, i labirinti dei mercati, quello chiamato russo, un insieme intricato di artigianato, cibo, abbigliamento, oggetti per la casa e souvenir, e quello centrale, in un edificio coloniale, più ordinato, le terrazze panoramiche alla confluenza dei quattro fiumi, due rami del Mekong, il Tonle Sap e il Bassac, proprio di fronte al palazzo reale.

A Phnom Penh si respira un’aria di vitalità e frenesia, ma allo stesso tempo ci sono luoghi dove il clima diventa più cupo, pesante. Anche se la vita è andata avanti, non ci si dimentica dal passato terribile e drammatico che si è vissuto, dove la memoria del dolore è viva, ingombrante e commovente.

Il Museo di Tuol Sleng si trova in una ex scuola dell’epoca coloniale, con un grande cortile in centro dove gli uccelli cinguettano tra gli alberi e rendono la visita meno straziante. Qui c’era una prigione dei Kher Rossi durante la guerra civile tra il 1975 e il 1979 e la dittatura di Pol Pot. Qui donne, bambini, anziani, uomini venivano portati e incarcerati nelle vecchie aule: i loro volti, gli sguardi, la paura che trapelano, si vedono tuttora nelle foto conservate all’interno
dell’edificio. A fine visita si possono incontrare anche due sopravvissuti, gli occhi oggi sereni non dimenticheranno mai le sofferenze subite da questi signori ultranovantenni.

Non è l’unico luogo simbolo della Phnom Penh travagliata e sofferta. A pochi chilometri dalla città si trovano i Killing Fields, i campi di assassinio dove migliaia di cambogiani, spesso inermi, spesso innocenti, furono massacrati impunemente.

In particolare il Choeung Ek Genocidal Center racconta l’orrore, il dolore, la crudeltà di un despota che a cui è stato persino permesso di vivere libero e come nonno, è morto nel 1998, molto dopo la scoperta di quello che fu capace di fare ai suoi oppositori e alla gente. Un finale da non credere, dopo aver visitato il campo, in riva al fiume, con alberi piantati vicino alle fosse comuni, il suolo che rilascia ancora ossa e denti, un grande stupa commemorativo con all’interno i teschi di alcune vittime.

Phnom Penh ricorda così un colpo al cuore, una ferita mai risanata, una memoria che non bisogna dimenticare, anche se il tempo scorre, tutto cambia e la vita rinasce continuamente, come nei pulcini con mamma chioccia che si aggirano tra i giardini dell’ex campo di sterminio.

Nonostante gli orrori, Phnom Penh è tornata a vivere ed a essere la Perla d’Asia, come ai tempi della colonia francese, riappropriandosi del passato artistico della civiltà Khmer che rese la Cambogia un regno magico.

Info:
www.tourismcambodia.com/
Foto di Sonia Anselmo e Silvia Marchini

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