Bagan, il fascino antico delle pagode del Myanmar

Tornare a Bagan per la seconda volta non ha lo stesso sapore. Si perde inevitabilmente un po’ di senso della sorpresa, di meraviglia, di emozione. La vasta piana di templi birmana è sempre suggestiva, magica, ma si sono perse le aspettative, già sai quello che ti aspetta e vedrai.

Anche se ci sono differenze, impossibile vedere e soprattutto ricordare i nomi di tutti i templi, e quindi qualcosa di nuovo, che non si è visitato precedentemente, c’è. E poi il lento e inesorabile cambiare del Myanmar degli ultimi anni che sta avanzando. Non è detto che sia un male. Anzi, è positivo come nel fatto di non poter più salire sugli enormi gradoni della pagoda Shwesandaw.

Quando ero stata qui, si affrontavano gli impervi, piccoli e scivolosi gradini, lo facevano monaci e visitatori, attaccandosi alla ringhiera, fermandosi alla prima terrazza panoramica, i più impavidi continuando sin là su. Tutto per vedere il tramonto. Oggi è più semplice,meno pericoloso: è vietato salire sulla pagoda e così tutti si incamminano lungo una salita della collinetta di fronte in tempo per ammirare il sole calante che incendia i templi, la campagna e il cielo di Bagan. Là la magia di questo sito resta intatta.

Così come si respira nei duemila e duecento templi, pagode, stupa rimasti in piedi da secoli, da quando gli antichi sovrani vollero edificare una città, capitale del loro regno, che fosse un centro religioso importante. All’epoca si chiamava Pagan, intorno al 874 d.C, ma fu solo dopo aver importati i monaci e gli artigiani dal vicino, e sconfitto, regno di Mon che avvenne la trasformazione.

Oggi, in un trionfo di pignoleria e attenzione, sono tutti classificati con tanto di targhetta e nome, anche se della bellezza originaria rimane sono un masso o un piccolo altare scoperto. La zona, Patrimonio Mondiale dell’Unesco, è una delle attrazioni principali del Myanmar, oltre che una delle più suggestive.

La parte più moderna di Bagan è una vivace cittadina votata al turismo, con il grande mercato dove quotidianamente gli abitanti comprano cibo e i visitatori i souvenir. Un dedalo di banchi e stand soffocante nella calura e nell’umidità della città, dove zigzagare alla scoperta di frutta insolita, verdure e persino delle monache dalle tuniche rosa e il cranio pelato alla ricerca delle offerte alimentari per i monasteri.

Da bravi commercianti, qui si sono adattati e vendono persino i libri, anche in Italiano, che i grandi scrittori internazionali hanno dedicato al Myanmar, come Joseph Rudyard Kipling. Non manca Tiziano Terzani che definì Bagan uno di quei luoghi che “ti rende fiero di appartenere alla razza umana”.

Le occasioni di shopping abbondano anche fuori dal mercato. L’artigianato è uno dei punti di forza della zona: le bancarelle e i laboratori vendono soprattutto la lacca, famosa a Bagan da secoli. Una tecnica particolare e molto
elaborata, passata da generazione in generazione da 900 anni: il bambù viene preso grezzo e via via trasformato, con un lavoro certosino, in varie forme e misure, vassoi, ciotole, arnesi per cucina, bracciali, scatole.

E poi, in un’altra curiosa e tipica attività di Bagan, i venditori ti seguono con il motorino, oggi attrezzati da cellulari, pronti a vendere pantaloni, gonne, magliette e souvenir vari, sempre con gentilezza e un sorriso, mai con insistenza maleducata. A volte le commercianti chiedono profumi o trucchi in cambio dei braccialetti o delle scatole laccate, o come è successo a me, si fanno baratti con orecchini: sono particolarmente orgogliosa che una mia creazione per hobby oggi sia ai lobi di una ragazza birmana.

Bagan è suggestiva, può competere, come sito archeologico asiatico, solo con Angkor in Cambogia, ma poi mica tanto. Ognuna ha le sue caratteristiche. Dove quella è sommersa dalla rigogliosa vegetazione, questa è una piana di costruzioni coniche, che sembrano torte decorate con guglie elaborate, di color marrone bruciato in contrasto con il verde arido che li circonda.

Sembrano quasi un puzzle, una scacchiera lanciata da Dei beffardi sulla terra a casaccio, si confondono all’orizzonte e anche nella mente del visitatore. Ma sono tutti capolavori di architettura e arte, dove ignoti artigiani e capimastri del XI e XII secolo hanno creato dettagli, intagli e ricche raffigurazioni.

Gli architetti costruirono più di tredicimila strutture religiose in un’aerea di quasi 42 chilometri quadrati.
Una città di templi e pagode, anche se gli edifici in legno non sono sopravvissuti all’incedere del tempo e forse un terzo del posto originale è stato spazzato via dai terremoti, anche recenti, e dalle piene del vicino fiume
Ayeyarwady. Quello che resta è comunque di una magnificenza estrema, unico e affascinante. Nella vastità dalla zona ci si può muovere con i calessi che sfrecciano per le strade polverose o con le biciclette che vengono noleggiate ai turisti per trasferirsi da uno stupa ad una pagoda.

Uno dei più grandi, meno appariscente dall’esterno, ricorda che questo è sempre il Myanmar, la terra dell’oro: all’entrata un gigantesco calderone per l’offerte dorato dove per fare una donazione bisogna arrampicarsi su una scala. Il tempio Ananda contiene quattro enormi e ovviamente dorate statue di Buddha, tutte in piedi che fanno sentire una formica il visitatore, due contemporanee alla costruzione, le altre rifatte, poste ai quattro punti cardinali. Curiosamente nel recinto di questo tempio ce n’è un altro, più piccolo, induista.

Scene di vita quotidiana che sono all’ordine del giorno anche alla Shwezigon Pagoda, sontuosa negli stupa d’oro che brillano al sole. La pagoda fu costruita per custodire una delle reliquie di Buddha, un dente, nell’XI secolo e successivamente ampliata nel classico stupa birmano, è famosa anche per le due campane di bronzo del XVI secolo, per i due padiglioni originali e gli intagli nel legno dei soffitti e i mosaici di pietre preziose.

Un luccichio difficile da trovare nelle altre pagode, ognuna con una sua storia, con una leggenda come il tempio Htilominlo, che porta il nome del re costruttore nel XII secolo. Si racconta che il sovrano lo edificò nel luogo dove fu scelto come principe ereditario, tra cinque fratelli. Cinque principesse inclinarono il loro grande ombrello cerimoniale bianco sulla testa del più piccolo dei figli, Nadaungmya, il re vide in questo un segno divino e i fratelli ubbidirono. Da quel momento cambiò nome in Htilominlo, che significa “favorito dal re e dagli ombrelli bianchi”. E gli ombrelli, di carta colorata o bambù, raffinatissimi sono anche oggi in vendita nei dintorni del tempio, insieme ai quadri realizzati con la sabbia del fiume e che hanno soggetti religiosi e animali.

E poi ancora, la Shinbinthalyaung, con begli stucchi, il tempio con le statue di elefante e scimmia, la pagoda pendente, Tharabar, l’antica porta di Bagan. Tutto svela l’abilità degli artigiani, in ogni dettaglio stupefacente.

I templi sono stati costruiti così bene, a cominciare dal 1175, che è impossibile infilare uno spillo tra un mattone e l’altro. Capolavori artistici e architettonici che brillano su tutta la zona, mentre il tramonto fa calare sul cielo e la piana una sensazione di pace, che forse era la stessa ricercata dall’antico re di Bagan.

Info Advanced Zealous Travels and Tours, Aung Myo Oo Tour operator
Room No. 1A, Myinthar 1Street, 3A Third Floor South okkalapa, Yangon, Myanmar, Tel 09-51156733, 09-403797008
anunggiovanni@gmail.com, www.aztravelmyanmar.com https://www.facebook.com/aztravelmyanmar/

Foto di Sonia Anselmo e Fiorella Corini
Dedicato a Fiorella Corini, preziosa amica e compagna di viaggio perfetta.

167 Condivisioni

Lascia un messaggio