Basilicata dei borghi tra archeologia e cultura

“Si, la Basilicata esiste”. Esiste, proprio come rassicurava Rocco Papaleo nel film “Basilicata coast to coast”. Per accorgersene basta perdere lo sguardo lungo il saliscendi dei campi di cereali, interrotti da appezzamenti coltivati a ulivi, lungo i campi a perdita d’occhio, controllati ogni tanto da una masseria in cima ad una collina poco più alta.

Improvvisamente al di là di un colle appare bianco e giallo un borgo. Quelle colline erano già abitate nell’età del bronzo. Da qui sono passati tutti: Enotri, Achei, Greci, filosofi e matematici, Sanniti, Romani, poeti, Bizantini, Longobardi, Cavalieri dell’Ordine di Malta, Normanni, crociati, Svevi, Angioini e Aragonesi.

La fertile piana di Metaponto, famosa oggi per le coltivazioni di agrumi, pesche, fragole, angurie, racconta l’arrivo dei primi Greci. Il Museo Nazionale della Siritide a Policoro descrive, in maniera chiara e dettagliata, storie di migrazioni e dialoghi da una sponda all’altra del Mare Adriatico.

Siris, città di fondazione troiana, è nata prima delle più famose colonie della Magna Grecia, come Paestum ad esempio. E se Siris venne distrutta in nome del controllo territoriale, al suo posto nacque Heraclea, colonia di seconda generazione fondata dai tarantini. Elaborazioni grafiche tridimensionali e ben disposte vetrine, con ricchissimi corredi funebri, raccontano come i Lucani, abitanti dell’interno, tra il IV e il III secolo a.C. cominciarono ad imitare arte, usi e costumi della Magna Grecia.

Proprio loro, gente di stirpe sannitica, che aveva frequenti contatti con l’Etruria. Quella Magna Grecia che ancora oggi si racconta nel grande parco archeologico all’esterno e nei resti di Metaponto – poco distante – di cui restano le possenti “Tavole Palatine”: 15 colonne del tempio dedicato alla dea Hera, nel tempo chiamate “Tavole Palatine” , in ricordo delle guerre dei Paladini di Francia contro i Saraceni, ma anche “Scuola di Pitagora” in onore del grande filosofo che a Metaponto visse gli ultimi anni della sua vita. Il Museo di Metaponto conserva alcuni elementi decorativi a testa di leone con tracce di colore originario e poi apre un piccolo squarcio nel mondo femminile dell’antichità con orecchini a navicella e anelli con preziose ambre decorate.

La Basilicata è una continua scoperta. Basta avventurarsi fino a Tursi, un piccolo borgo attaccato a uno sperone roccioso, per capirlo. Le case una sull’altra si spingono in alto. Ma più su ancora c’è la Rabatana, antica roccaforte arabo-saracena del IX secolo.

Ci si arriva salendo una lunga strada immersa in un bosco mediterraneo che ogni tanto scopre inaspettati scorci sul mar Jonio. La Rabatana è costruita su precipizi di argilla e mantiene ancora l’aspetto di borgo inespugnabile. Anche se l’impianto attuale del borgo è medievale, l’impronta araba si legge nell’urbanistica.

“Avete anche voi una Rabatana dentro” dice Paolo Popia durante una recita agli avventori del suo ristorante. Se non fosse stato per suo padre Antonio, la Rabatana sarebbe un paese fantasma. Invece questo pugno di case è stato in parte recuperato: oggi ci vivono trenta persone e da quindici anni ospita anche un ristorante – locanda. È la voglia di rinascita di luoghi e di valori che fa della Rabatana un luogo unico dove un oste-architetto recita, ma a tratti sembra quasi che canti, ai suoi ospiti i versi di Albino Pierro (più volte candidato al Premio Nobel), in quel dialetto che racconta la vita di un tempo.

Da queste parole emerge il rapporto fra l’uomo e il suo ambiente di vita. Un ambiente che sorprende e affascina, proprio come la Basilicata che da qui si può vedere nella sua essenza. Basta salire sul belvedere (dalla scaletta che parte in fianco alla targa dedicata ad Antonio Popia) per abbracciare un panorama di borghi arroccati, calanchi di grigia argilla, speroni di roccia, declivi coperti di campi di grano e ulivi, una piana lavorata come un prezioso orto, i resti degli insediamenti di antichi abitati e infine il blu del mare.

Un paesaggio così straordinario da essere divenuto paesaggio da grande schermo. Pasolini lo farà diventare la Palestina di “Il Vangelo secondo Matteo” nel 1964, quello che farà Mel Gibson nel 2004 con Matera. Uno scenario così vario e unico, da diventare Sicilia o Spagna, ma così affascinante che alla fine interpreterà se stesso. Matera è infatti, finalmente, se stessa nella fiction Rai con protagonista Imma Tataranni, pubblico ministero, eroina dei romanzi di Mariolina Venezia. E se “The Passion” ha fatto conoscere Matera al mondo, “Basilicata coast to coast” nel 2010 è divenuto messaggio promozionale per l’intera regione.

Grigie colline di argilla impastata con le conchiglie, somiglianti a colonne fragili di sabbia fatte calare dall’alto e seccate al sole. Una strada si arrampica, unico elemento estraneo tra i declivi arsi dal sole, delimitati da grandi e isolati fichi d’india. Questo è il paesaggio dei calanchi.

E allora ecco apparire Craco Vecchia, altra location cinematografica. Quel paese che qualcuno definisce fantasma perché disabitato dopo la frana del 1963 ma che sembra piuttosto fermo nel tempo, con la chiesa che continua ad affacciarsi sul corso principale, in attesa non più dei fedeli per la messa ma di curiosi soggetti con elmetti gialli in testa, che fanno visita al paese con la stessa reverenza dei fedeli, stupiti e ammirati dall’intersecarsi medievale di vie acciottolate dove risuonano solo i passi e soffiano refoli di vento.

È lo stesso paesaggio che ha prima stupito e poi incantato Carlo Levi, un paesaggio – e una vita – completamente diversi da quelli cui era abituato. Nel 1935 Levi trova un mondo contadino povero, dove malaria e magia caratterizzano la quotidianità. Poco alla volta lo scrittore comincia a vivere “al contrario” guardando le cose da sud e capisce che è il sud il posto in cui vivere, un sud fatto di persone, dove lo scorrere delle stagioni è lo stesso da sempre. E il paesaggio è ancora lo stesso, con le colline segnate da righe nere, segno della geometrica usanza di bruciare le sterpaglie dopo la mietitura accendendo fuochi che, visti di notte, sanno di arcaico.

Per capire l’amore dello scrittore per questa terra basta aggirarsi per Aliano, tra le case basse della via principale, affacciarsi dal terrazzo della sua casa e perdere lo sguardo tra i calanchi, osservare l’intensità dei suoi quadri e le foto d’epoca conservati nella Pinacoteca, cercare tra le vie le targhe con le parole del suo “Cristo si è fermato a Eboli”. Se poi ci si mette anche una cuoca, quella Sisina che capita di vedere anche in tv, a far conoscere la cucina contadina fatta di frizzuli e orecchiette conditi con salsiccia e peperoni, sformato di patate, zuppa di ceci, il quadro è completo.

Sapori, colori, vento: quanto di questa Lucania ha influenzato il poeta Orazio, nato a Venosa ai piedi del Vulture, vulcano spento? Se si capita in una domenica di festa, come ad esempio San Rocco, si troveranno le luminarie che creano decorativi portali sopra le strade e la cassa armonica pronta ad ospitare la banda musicale.

Dal castello parte la via principale dove si possono leggere targhe con frasi di Orazio e dove è divertente scovare incastonate nei muri delle case lapidi e iscrizioni romane. In uno stretto vicolo con pavimentazione romana si trova la casa che la tradizione vuole sia del poeta Orazio.

Continuando lungo la via principale, si cammina tra due file di case basse a due piani, dipinte di giallo, rosa, bianco, arancio. Davanti alle porte, rigorosamente aperte ma con vezzose tende di pizzo che riparano l’interno da sguardi indiscreti, siedono donne vestite di nero che vendono origano essiccato.

L’area appena fuori l’abitato è la Venusia romana con resti di domus e terme, su cui si staglia “L’Incompiuta”, desiderio medievale di ampliamento dell’esistente chiesa della Ss. Trinità. Così le colonne corinzie prese in prestito dagli edifici romani restano lì a sorreggere il cielo. La chiesa conserva la tomba degli Altavilla, antenati di Federico II.

Il grande precursore della modernità ha amato moltissimo la Basilicata, primo nucleo del suo regno con il castello di Melfi a fargli da reggia. Oggi è uno scrigno che ospita il Museo archeologico del Vulture e del Melfese dove si racconta la storia degli abitanti di questa zona tra VII e II secolo a.C. attraverso ricchissimi corredi funebri e la ricostruzione di una tomba a camera.

Affacciandosi dalle finestre del castello si vede la terra amata da Federico II, con foreste di faggi, aceri e lecci che lasciano spazio, nelle colline più basse, ai vigneti. Una terra che nel paleolitico era abitata anche da animali sorprendenti: orsi, elefanti, ippopotami. Si, sono esistiti davvero (le prove sono al museo di Venosa). Come esiste davvero questa Basilicata magnetica, potente e suggestiva.

Info: https://www.basilicataturistica.it/
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Foto: Vittorio Galuppo

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