Monterano, autunno tra favola e inferno alla riserva naturale

Siamo nel territorio della Tuscia Romana, tra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini. E’ qui che è stata istituita, nel 1988, la Riserva Naturale Monterano, a tutela di uno degli angoli più integri e suggestivi del Lazio.

Si tratta di un ambiente ampio e variegato, di altissimo interesse naturalistico, sia a livello di flora che di fauna. Ed è qui, tra boschi, ruscelli, cascatelle e felci che l’autunno diventa magico.

Forse è la stagione migliore per visitare la Riserva di Monterano che, tinta da quelle generose pennellate di giallo, marrone e arancio che solo Madre Natura sa distribuire così bene, assume un aspetto da fiaba. Ma non solo. Molti sono gli itinerari e i percorsi, ben segnalati e ben mantenuti, possibili per visitare la Riserva.

Quello di cui vi racconterò oggi è l’inizio del percorso “rosso”, che parte dal parcheggio della Diosilla, poco dopo la cittadina di Canale Monterano, a nord del lago di Bracciano, tra Roma e Viterbo. E’ un percorso che inizia in discesa, con delle ripide e scivolose scalette di pietra, che vi conducono rapidamente nel cuore della Riserva. Scendere sotto il livello della strada è un po’ come entrare dentro la Terra, in un viaggio alla scoperta di un mondo sotterraneo.

Subito ci avvolge l’umido di una giornata di autunno; il rumore dell’acqua ci sprona a superare l’ostacolo degli alti gradini ricoperti di muschio; pian piano che scendiamo la luce diminuisce, trattenuta dal bosco fitto che ci sovrasta e chiude, geloso, la Riserva di Monterano.

Potrebbe somigliare ad una discesa agli inferi, anche per l’odore di zolfo che accompagna le manifestazioni vulcaniche tipiche di questa zona, visibilmente presenti nella schiuma naturale che costella le rive del torrente Biscione.

Tuttavia è proprio questo torrentello, che scorre allegro e sottile, a strapparci dalla mente la titubanza iniziale e l’idea degli inferi, e trascinare rapidamente il nostro immaginario in uno scenario da favola. Scorre così: delicatamente, in un letto poco definito, quasi a non voler disturbare le pietre e il tappeto naturale di allegre foglie autunnali che ricoprono completamente la terra.

Timido tra la boscaglia fitta e le radici di qualche albero. Come non immaginarsi qualche fata dei boschi, pettinarsi i lunghi capelli biondi seduta con grazia sulla riva del torrente, poco prima di sparire nel bosco? Come non immaginarsela affacciata al ponticello di legno, sopra il torrente, intenta a contemplare il bosco? Cosa che facciamo anche noi, senza fretta, perdendoci definitivamente in questo mondo “sotterraneo”, intimo, fatto di umido, di bosco, di tronchi ricoperti dal muschio, di felci, di rami e di foglie. Fatto di autunno.

Fatto di pensiero, di meditazione, ma anche di voglia di andare avanti nel percorso, presi dall’entusiasmo di scoprire dove siano nascoste le fate – perché in un luogo così, non ci sfiora neppure per un secondo l’idea che non possano esistere.

Mentre l’umido rapisce le nostre narici, mentre le meraviglie d’autunno riempiono la vista e ci sorprendono per l’armoniosa bellezza, le immaginiamo – le fate – sedute su uno di questi tronchi, nel bosco. O a giocare a nascondino. Mentre seguiamo il corso del Torrente, alla nostra destra, il percorso continua e il bosco si fa più ampio, così come le radure, sempre più suggestive, disseminate di felci e da un tappeto sempre più grande e continuo di foglie gialle e dalle varie sfumature di marrone.

Il bosco di tutte le favole della nostra infanzia non può che essere questo. Perfetto com’è. Con la sua bellezza attraente, e qualche ramo divelto che offre il giusto pizzico di inquietudine che, in ogni fiaba che si rispetti, caratterizza il bosco. Così meraviglioso eppure pieno di insidie: regno di fate e di lupi. Di sogni e di segreti. Di elfi e di nani. Di luce e di buio.

E il bosco che ci attrae fin da bambini. Che ci impaurisce, ma al tempo stesso ci invita inesorabilmente a camminare, sentendo soltanto il rumore dei nostri passi che calpestano le foglie affondando nella terra umida, e il rumore delle foglie che, invece, cadono dagli alberi al momento, appena strappate alla vita, ma non per questo meno suggestive, mentre si poggiano lievi al terreno.

E camminando notiamo funghi e ciclamini e felci e muschi e agrifogli. E poi, improvvisamente, ci ritroviamo fuori dal bosco, illuminati finalmente dalla luce del sole che ora ci scalda, ma ancora una volta ci sembra di essere, ora in modo diverso, dentro l’inferno.

Il paesaggio di Monterano si fa scarno e lunare. Un forte odore di zolfo ci invade. Il ribollire dell’acqua del torrente e le incrostazioni gialle sulle rocce, ci indicano di essere arrivati alla solfatara che descriveva l’itinerario. Qui, davanti ai nostri occhi, si manifesta la potenza del mondo sotterraneo fatto di fuoco.

Nel nostro immaginario, ora le favole lasciano il posto alla suggestione dell’inferno dantesco e dei suoi fiumi. Continuando il sentiero segnalato, arriveremmo alle rovine della antica Città di Monterano. Ma le giornate sono corte e ormai sta calando il sole.

Rimandiamo la visita in primavera, e, giusto per tornare un po’ all’anima fiabesca del luogo, che si alterna a quella più oscura, seguiamo invece per qualche metro il percorso del Biscione, sulla sinistra. Superata la zona sulfurea, il corso del Torrente si fa più pieno di acqua e nuovamente suggestivo.

Questa volta lo possiamo osservare dall’alto, dal semplice sentiero rettilineo che lo sovrasta, tra alberi di castagni e boscaglia mista. Basta affacciarsi un po’, per vedere, giù, il corso d’acqua. Ancora una volta incorniciato da terra ricoperta fittamente da foglie giallissime.

Si forma una luce magica, incredibilmente blu, tra i rami e il torrente. Una luce irreale, da sogno. Che avvolge tutto, esalta l’anima fiabesca di questo luogo e pare rivelare nel suo massimo splendore anche l’essenza dell’autunno stesso. Godiamocelo, questo autunno qui. Il resto del percorso ci aspetta con la primavera… la Riserva Monterano non ha assolutamente finito di sorprenderci. A presto.

Info: www.visitlazio.com/web/
Foto di Paola Tornambè

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