Catajo, il castello operazione marketing del Cinquecento

La lunga e dritta strada statale che collega Padova a Monselice, che corre a fianco dello storico Canale di Battaglia, appena usciti dalla città offre piacevoli scorci sulla campagna e sui Colli Euganei fino a quando lo sguardo non viene improvvisamente attratto da mura merlate e torrette di una costruzione che non ci si aspetta in questo luogo.

Maestoso e imponente, il Castello del Catajo si erge al di là del canale: un piccolo ponte in muratura per accedervi e un colle alle spalle a proteggerlo. Tutti indizi che fanno pensare a una fortezza a scopo difensivo. Ma non è proprio così: la costruzione non nasce per necessità di protezione ma promozionale. Al giorno d’oggi sarebbe un’operazione di marketing, ma stiamo parlando del Cinquecento.

Il primo nucleo della costruzione risale al 1516 e si deve agli Obizzi. La famiglia padovana vuole questa residenza vicino al Canale di Battaglia, il duecentesco canale artificiale, voluto dal Comune di Padova e destinato per secoli ad essere una importante via commerciale verso Venezia.

Poiché il canale era opera artificiale, quindi un taglio, pare che la casa abbia preso il nome di Ca’ del Tajo. Ma una leggenda, che in un castello non può certo mancare, dice che la casa sia la riproduzione del palazzo del Catai in Cina.

Nel 1570 Pio Enea I degli Obizzi, uomo d’arme e di cultura, decide di ampliare la casa di campagna facendone una residenza dedicata alla villeggiatura ma soprattutto pensata per stupire gli ospiti. Il nucleo originario, noto come Castelvecchio, pur somigliando nelle fattezze ad un castello, è in realtà una villa per le feste, un luogo in cui i ricevimenti e il lusso hanno come fine ultimo la firma di contratti di servizio militare offerto da quella che era una delle famiglie di “capitani di ventura” più famose e ingaggiate dell’epoca. Il Catajo è quindi una reggia sotto mentite spoglie per giusta causa.

Ancora oggi il Catajo è dimora privata dedicata a feste ed eventi, in un continuo dialogo tra realtà e scenografia. L’entrata invita a salire una scalinata che porta alla grande terrazza con una magnifica vista sui Colli. È questa la vera sala da ballo, che da una balaustra si affaccia sulla sottostante area del Cortile dei giganti, trasformandosi così in palco d’onore per gli spettacoli.

Se l’esterno è teatro, l’interno è la glorificazione della famiglia a partire dalla raffigurazione del grande albero genealogico. Giovan Battista Zelotti nel 1571 crea un grande affresco auto celebrativo della casata.

È uno dei primi esempi di cambio di moda nelle pitture: le famiglie che mirano a operazioni di celebrazione di se stesse o di scalata sociale iniziano a chiedere ai pittori di raffigurare negli affreschi i membri della casata soppiantando gli dei dell’Olimpo.

Le sontuose sale del castello sono un tripudio di raffigurazioni della storia della famiglia, da Obizzo I a Pio Enea II, dalle scene di guerra ai matrimoni arrivando fino alla nobiltà. E niente viene lasciato al caso: per essere sicuro che nessun dettaglio potesse sfuggire all’osservatore, il pittore correda ogni scena da una didascalia, scritta in italiano e anche in latino, la lingua universale dell’epoca e una delle sei lingue parlate dagli Obizzi.

Immersi in queste sale è facile immaginare gli ospiti, avvolti dal tripudio delle storie degli Obizzi, uscire sulla terrazza ed affacciarsi sull’enorme Cortile dei Giganti che, con la parte di fondo affrescata a mo’ di scena teatrale e le pareti alte abbastanza da contenere battaglie navali, si apriva ai loro piedi. Sfarzo, lusso, divertimento sono le parole d’ordine che governano il Catajo, per celebrare l’esercito più famoso d’Europa e una famiglia colta e ricca, con un patrimonio – desunto dalle dichiarazioni dei redditi alla Serenissima – maggiore dei Contarini e dei Pisani.

Passato agli inizi dell’Ottocento per eredità agli Este di Modena, il Catajo viene ulteriormente ampliato raggiungendo il numero di 350 stanze, diventando così la casa privata più grande d’Italia: è poco più piccolo del Quirinale, giusto per dare una misura. L’occasione è la visita di quattro giorni dell’imperatore d’Austria Ferdinando I: le nuove stanze non vennero in seguito più utilizzate.

Dopo essere passato per successione ereditaria agli Asburgo, nel 1918 il castello viene requisito dallo stato italiano e venduto nel 1929 alla famiglia dei Dalla Francesca che, oltre a trasformare il terreno in azienda agricola per la coltivazione del tabacco, poco alla volta smette la manutenzione della struttura.

Acquistato da un imprenditore nel 2015, il Castello del Catajo sta tornando al suo antico splendore. Visite animate, aperitivi al tramonto, degustazioni, teatro, giochi per bambini lo riportano alla sua antica vocazione di sfarzo e meraviglia. Sarà in seguito ai restauri del 2018 che, sotto all’intonaco ottocentesco, vengono scoperte le tracce degli affreschi seicenteschi che decoravano il Cortile dei Giganti. Nel 2019 è la volta del recupero della Fontana dell’Elefante che accoglie e stupisce i visitatori con Bacco che, a cavalcioni sul pachiderma, porta l’uva forse proprio da quel Catai che ritorna ogni tanto nella storia di questa dimora.

Uscendo dalla residenza, al di là della facciata che per 275 metri si allunga verso i colli, (sempre a proposito di misure, è più lunga di Buckingham Palace) lo stupore continua nel giardino. Magnifiche sequoie piantate nel Settecento, tassi cinesi, sephore giapponesi, carpini ombreggiano viali per le passeggiate mentre una grande peschiera ricorda il mestiere degli Obizzi che la usavano come piscina per esercitare i soldati.

Da non perdere è la collezione di rose antiche, piantate in rigoroso ordine cromatico dal bianco al rosso intenso. E poi non potevano mancare gli agrumi con cui gli Obizzi facevano concorrenza ai Pisani. La gloria della famiglia Obizzi continua a risplendere, a fianco di un piccolo vezzo dell’attuale proprietario che si concede di scegliere le piante per le bordure fiorite di alcuni angoli del parco. A ricordare che il Catajo ha una storia di casa privata che continua nei secoli.

Info
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Foto: courtesy of Castello del Catajo; Marco Moressa; Enrico Spaggiaro; Vittorio Galuppo

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