Tre italiani e una Panda in Africa – Parte 2


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La Nigeria ci ha riservato numerose sorprese. Speravamo di guidare velocemente e attraversarla tutta in tre giorni, invece ci sono volute più di sette ore per fare i primi 80 chilometri, tra guadi, vere e proprie voragini che si sono create in anni di piogge torrenziali, posti di blocco di cacciatori di regali e collaboratori della polizia locale. In questi luoghi così sperduti e affascinanti abbiamo incontrato molte persone che non avevano mai visto un bianco. Pieni di curiosità, ci guardavano, ci fissavano, ci toccavano braccia e mani e avremmo voluto tanto sapere che cosa passava nelle loro teste. Proprio in Nigeria, a causa della pessima situazione delle strade, abbiamo avuto i primi problemi alla macchina. Una balestra posteriore ha ceduto, i differenziali hanno iniziato a perdere olio, qualche fascetta del tubo della benzina si è allentata, la frizione iniziava ad essere stanca di tutte quelle arrampicate fuoripista. Un pregio di ogni persona che abbiamo incontrato è stato l’impegno messo per risolvere qualsiasi tipo di problema. Con un martello, qualche vite, un flessibile e una saldatrice, la balestra è stata rimessa a nuovo.

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Bisogna però, e questa e un’altra importante lezione che abbiamo imparato, considerare sempre il fatto che sono tutti in grado di smontare rapidamente ogni pezzo meccanico gli venga mostrato, ma diventa seriamente complicato rimontarlo. Un po’ perché le Fiat non sono conosciute in questa zona d’Africa, un po’ perché qualche vite o giunto, di quelli che si sono presi tante forti martellate, vengono deformati spesso irrimediabilmente. È poi un’avventura trovare i pezzi di ricambio. Poco prima di uscire dalla Nigeria, che si è rivelato un Paese bellissimo, ma paralizzato dalla continua sensazione di essere a un passo da un colpo di Stato, dai conflitti tra cristiani e musulmani (proprio in quei giorni sono scoppiati i tumulti a Jos che hanno causato centinaia di vittime), dalla mancanza di approvvigionamento di benzina, nonostante il Paese sia fra i principali estrattori di petrolio al mondo, e dal conseguente sviluppo del mercato nero, siamo stati costretti a bere l’acqua dei sacchetti che si trovano in vendita nelle bancarelle lungo la strada e che ci ha causato una forte intossicazione. Ma ci siamo ripresi in fretta, nel nostro kit medico avevamo tutto l’essenziale.

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Quando non si trovano bottiglie d’acqua potabile, soprattutto in zone isolate come quelle che abbiamo attraversato, si è costretti a comprare questi sacchetti di plastica pieni d’acqua che dovrebbe essere resa potabile da società di potabilizzazione che lavorano sul territorio. Anche per l’acqua, come per il carburante, si è sviluppato però un terribile mercato nero e può accadere, come è accaduto a noi, che spesso questa sia contaminata. Questi sacchetti sono anche la causa principale dell’invasione di rifiuti che l’Africa sta affrontando da anni. Lo smaltimento è quasi inesistente e il danno ecologico sta diventando incalcolabile. Il 17 gennaio siamo entrati in Camerun, ma mancavano ancora 1.500 chilometri a Limbe, nostra meta finale sulla costa. Ci sono voluti tre giorni interi per fare i 300 chilometri che attraversano la parte centrale del Paese; sono in terra rossa, spesso inagibili durante la stagione delle piogge e coperti da uno strato di quindici centimetri di polvere. Abbiamo concluso la spedizione il 22 gennaio completamente ricoperti di terra, stanchi, piuttosto affamati, ma molto fieri.

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Con stupore abbiamo appreso che noi e la squadra No Brain di Roma, nostri compari per qualche tappa del rally, siamo stati i primi italiani, dall’invenzione della corsa nel 2008, a partecipare e ad arrivare fino alla fine. Si tratta sicuramente di un ulteriore elemento di vanto che ci porteremo dietro per tutta la vita. La Panda è stata venduta a un’asta pubblica il giorno successivo e il ricavato è stato interamente devoluto a sostegno di diversi progetti umanitari in ogni parte del Camerun. L’intero evento invece ha raccolto più di 60.000 sterline (circa 70.000 euro), anche queste devolute interamente a favore dei progetti benefici che le squadre hanno scelto di sostenere. Abbiamo finito il nostro viaggio in bellezza conquistando i 4.090 metri del Monte Camerun, la montagna più alta dell’Africa Occidentale. Così, dopo 22 giorni di guida, un totale di poco più di 9.000 km, oltre 700 litri di benzina bruciati e innumerevoli scatole di sardine consumate, siamo arrivati sulla costa lavica di Limbe dove abbiamo realizzato di aver concluso con successo la nostra missione; e siamo tornati in Italia portando con noi tanto, probabilmente più di quanto avevamo previsto, dopo aver fatto un vero viaggio “come si deve”.

(Fine)

Tre italiani e una Panda in Africa – Parte 1

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copertina

Dalla partecipazione del Taurinorum Travel Team all’Africa Rally 2009, Ludovico de Maistre ha tratto il libro “Tre uomini in Panda”, in uscita per Campi Magnetici Edizioni

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