Il tempio Asakusa, dove Tokyo incontra la vecchia Edo

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È uno dei festival più simbolici di Tokyo, con carri con flautisti e percussionisti, parate in costume tradizionale, ballerini di Binzasara Mai, una danza rituale per invocare la prosperità al ritmo di antichi strumenti di bamboo. A dominare la sfilata, centinaia di mikoshi, una specie di altarino portatile shintoista: a volte sembrano piccoli edifici, con tanto di tetto, sono tutti riccamente decorati e spesso con una fenice sulla sommità, e sono trasportati da almeno quattro uomini che ondeggiano la portantina durante il tragitto per far divertire la divinità trasportata.
Quello di far gioire gli spiriti è un evento comune e se si è fortunati, anche senza assistere al Sanja-matsuri, ci si può
imbattere in una cerimonia creata per allietare gli dei del tempio. Come con la parata del  lungo drago d’oro innalzato sui bastoni dei portatori: la maschera viene fatta accarezzare dai bambini, la bocca splancata si riempie di mani desiderose di toccarla, le scaglie del corpo luccicano al sole, la coda si scaglia con il cielo azzurro. Il tutto condito da una musica melodiosa e sobria, nonostante l’atmosfera di festa, suonata da ragazze vestite da geishe sedute su un carro decorato. Tutti felici e contenti, i bimbi, i giovani, gli anziani e i turisti. Persino i cagnolini, imbellettati dentro i trasportini, sembrano captare questo momento di gioia. E sicuramente anche gli spiriti si staranno divertendo.
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La tradizione vince ancora, anche grazie alle nuove mode: adesso in Giappone le ragazze hanno riscoperto la bellezza del kimono e lo indossano spesso, capita di vederne tante in giro, gruppi di amiche che si  fotografano e parlano al telefono. Ancora una volta moderno e antico uniti a Tokyo. Soprattutto al tempio Asakusa: qui si arriva attraverso la porta Kamirarimon, ovvero del tuono, e il Nakamise-dori, un lungo viale di botteghe e negozi, sempre zeppi di gente. Vendono souvenir:cianfrusaglie e prodotti artiginali uniti insieme, cartoline e quadretti con disegni tipici, geishe che offrono il tè dalle borse di stoffa, t-shirt, kokeshi (le bamboline tipiche di legno), ciondoli e magneti. E cibo, immancabile in Giappone. Qui
sono soprattutto dolcetti, appena fatti o già pronti da portare a casa, come usano i giapponesi, che dovunque vadano, ritornano dalla loro famiglia carichi di ghiottonerie da assaggiare. Basta, però, perdersi per le minuscole vie secondarie e scoprire un mondo di calma, con i piccoli giardini perfettamente curati e le casette di legno, come ai tempi in cui Tokyo era la splendida Edo, simbolo di un periodo d’oro per il Giappone.
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Alla fine del Nakamise-dori, ecco la pagoda a cinque ordini e la porta Hozo-mon, o del tesoro, con le grandi lanterne, che segna l’ingresso vero e proprio dell’aria del tempio. Un luogo vivo, con i fedeli che si riposano nei giardini e che aspettano il loro turno all’enorme braciere di incenso. Si cospargono il capo di fumo per mantenersi in buona salute: un rituale a cui nessuno può esimersi. Il braciere è ai piedi della scalinata che porta al tempio vero e proprio. Dedicato alla dea della misericordia Kannon, fu costruito nel VII secolo. La leggenda vuole che due pescatori, nel 628, trovarono impigliata nella loro rete una piccola statua d’oro raffigurante la dea: nonostante cercassero di ributtarla nel fiume Sumida-gawa, veniva continuamente ripescata. Alla fine decisero di costruire un tempio a lei dedicato: ecco nato il tempio più antico della Tokyo di oggi. Accanto all’edificio principale, che è placcato in oro e ospita l’immagine di Kannon, ci sono altre costruzioni per i
monaci che si occupano del luogo sacro, ma soprattutto c’è il piccolo santuario Asakusa Jinja, dedicato ai pescatori che trovarono la statuetta. Da qui, tramite l’altra porta, Nitenmon, si esce nel quartiere Yoshiwara, un tempo adibito ai piaceri, e per questo aumentò la popolarità del tempio Senso-ji. Tuttora l’anima e lo spirito della vecchia Edo, quello che rimane della Tokyo dei secoli passati.
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Foto di Sonia Anselmo e Fiorella Corini

 

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