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Tè & sake, lo spirito del Giappone

 

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Anche senza  partecipare al rito, il tè si trova ovunque: in qualsiasi casa, ristorante, sushi bar sarà offerto come simbolo di convivialità e condivisione. E poi ci sono le mille sfumature di gusto, di prelibatezza, di costo. Nelle bancarelle che accompagnano la salita al tempio di Kiyomizu, quello più panoramico e imperdibile di Kyoto, si fanno grandi acquisti di ogni genere: teire dalle mille forme, tazze e ciotoline dal decoro delicato, e i pacchettini di tè, che per i giapponesi è quello verde. Meglio ancora se matcha, una polvere utilizzata per la cerimonia, sciolta nell’acqua, naturalmente, con tutto il suo rituale, amara, tanto che viene sempre offerto con un piccolo dolcetto: spesso è una gelatina colorata, più bella che buona, più design che saporita, e va mangiata subito prima di portarsi alle labbra la tazza, presa sempre con due mani e con un inchino a chi la sta offrendo, così in bocca non rimarrà troppo opprimente. Non azzardarsi mai a chiedere zucchero, limone o latte, verreste presi per pazzi. In circostanze diverse da quelle della cerimonia, si può provare l’hoji-cha, tè verde tostato, leggermente astringente e povero di teina, o il shincha, la primizia della stagione. Poi, per un rapido e differente assaggio, ci sono i pratici distributori ai margini delle strade, dove sono in vendita centinaia di tipi di tè diversi in bottiglietta, da quello al gelsomino a quello ai fiori di ciliegio, sia freddi che caldi da asporto. Per i giapponesi sono meglio dell’acqua e si trovano davvero in qualsiasi luogo, persino in cima al Monte Fuji. 
Il tè ha ovviamente storia antica: fu introdotto in Giappone  intorno all’VIII secolo dai monaci buddisti provenienti dalla Cina, che lo utilizzavano, come fanno tuttora, per le sue prorietà stimolanti nelle meditazioni. Presto però, i giapponesi si staccarono dal modello cinese per creare qualcosa di proprio, dal sapore deliziosamente amaro. Il tè tradizionale è appunto quello verde, ovvero non ossidato, classificato in base al periodo di raccolte. Le foglie migliori sono ridotte in polvere e diventano il matcha e uno dei più prestigiosi è prodotto a Uji, a sud di Kyoto.
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La città è molto più di ogni altra legata alle tradizioni: qui si respira l’aria suggestiva del Giappone millenario con il quartiere di Gion tra gheisha, vicoli e lanterne, i mille templi, il palazzo reale, i giardini, i fiori di ciliegio che si tuffano nei canali, le ragazze che girano in abiti tipici. Anche se non manca l’aspetto moderno, come nella grande stazione che sembra un manico di chitarra, perfettamente integrata con il resto. A Kyoto c’è la possibilità di partecipare alla cerimonia del tè, in piccole casette antiche, dove si viene anche vestiti con l’abituale kimono: e la vestizione è già un altro rituale in sè. Ed è la cura del dettaglio portata all’estremo: la scelta degli ospiti, di un giorno in cui la bellezza della natura circostante è al suo apice, di un dipinto o una calligrafia per decorare la parete selezionata non solo per le sue qualità artistiche ma anche per la sua rispondenza con il momento in cui si terrà la cerimonia, di una delicata composizione floreale, delle più belle ciotole e, naturalmente, del tè migliore, realizzato con i migliori  strumenti, e degli ingredienti (tè e acqua) più raffinati. Questa cerimonia deve rispondere a quattro principi fondamentali: armonia, rispetto, purezza e serenità. Secondo tali principi, la bellezza è sinonimo di semplicità e naturalezza, e il visitatore resta spesso sorpreso per l’utilizzo di materiali poveri e di locali spogli e disadorni. La cerimonia del tè è stata messa a punto dal grande maestro Sen-no-Rikyu nel XVI secolo e quella proposta è sempre la stessa. Complicata 
come possono apparire agli occhi degli occidentali i giapponesi, ma affascinante, leggiadra e rispettosa. Un momento di convivialità dove si cerca di “cogliere l’attimo” il più possibile e viverlo intensamente. Del resto, il tè per i nipponici è una scienza. Ovviamente non viene solo bevuto, viene usato anche per molte altre specialità, dai dolcetti ai biscotti e al gelato. Impossibile non assaggiare. Come è inevitabile dare un sorso di sake a fine pasto.
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L’altro simbolo bevibile del Giappone è una bevenda liquorosa ottenuta dalle fermentazione del riso. La sua storia è antica, risale al III secolo, durante il periodo Nara, quello di massimo splendore per il Paese del Sol Levante,  un editto della corte imperiale conferiva al sake tutti gli onori, codificandone il carattere sacro attraverso l’integrazione di determinati  riti religiosi shintoisti. Per produrlo le proporzioni sono dell’80% di acqua per il 20% di riso. Si contano circa una cinquantina di selezionate varietà di riso per produrre il sake, a livello locale è la presenza di sorgenti e la qualità dell’acqua che permettono di fare la differenza. L’acqua, inoltre, è  anche oggetto di una legislazione specifica che riguarda la sua origine geografica e la sua purezza. Ogni regione ha il suo sake tipico, anche se nella zona a sud di Kyoto ci sono molte fabbriche che offrono tour guidati tra storia e degustazione. Ad esempio nella cittadina di Fushimi, antica e completamente dedita al liquore di riso, si trova  Gekkeikan Okura Sake Museum (247 Minamihama-cho, Fushimi-ku, Kyoto): dal 1637 qui si produce il sake e oggi offre a curiosi e appassionati un’atmosfera tipica antica, mentre le sale del museo raccontano nel dettaglio quasi maniacale la fabbricazione e nel negozio annesso si possono assaggiare, e ovviamente comprare, tipi diversi di sake a seconda delle annate di produzione, oltre all’altra specialità locale, il vino di prugne. Il sake viene tradizionalmente conservato in grandi botte cicciotte, ognuna decorata e disegnata con il marchio dell’azienda: i contenitori con i primi litri prodotti si donano ai templi di zona, in una  sorta di richiesta di benedizione. Ancora una volta al centro è la tradizione, anima vera del Giappone.
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Foto di Sonia Anselmo, Fiorella Corini, www.turismo-giappone.it
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