I templi sulla spiaggia nel Tamil Nadu

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I leoni di roccia sembrano ancora far la guardia ai santuari veri e propri, mentre tantissimi fedeli arrivano con le loro famiglie, pregano e poi vanno in spiaggia a rilassarsi, pochi metri più in là. Amatissimi da comitive di indiani in gita, sono anche i famosi “Cinque Carri”, che sorgono nelle vicinanze e sono un mito da undici secoli, tanto che l’Unesco li ha dichiarati Patrimonio dell’umanità. Sono strutture piramidali monolitiche, prendono il nome dei cinque figli di Pandava e sembrano scolpiti in un unico pezzo di pietra. Sono talmente spettacolari che le famiglie  fanno la fila per farsi fotografare davanti a quello a forma di elefante, forse il più “coccolato” di tutti. Facevano parte, insieme al tempio sulla spiaggia, di un’antica città portuale e, ironia della sorte, la devastazione dello tsunami ha fatto scoprire agli archeologi nuove rovine. Quando le acque si sono ritirate, portandosi dietro molta sabbia, vennero infatti alla luce alcune sculture rappresentanti animali, un’elaborata testa di elefante, una nicchia con la statua di una divinità, un leone e un cavallo alato. Ancora oggi, la Soprintendenza archeologica indiana sta effettuando rilievi subacquei per scoprire quanto si estendano queste rovine.
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Del resto, Mahabalipuram è un concentrato di opere d’arte scavate nella roccia: come l’enorme bassorilievo all’aperto che secondo alcune interpretazioni rappresenta la discesa della dea Ganga sulla terra (e per questo è detto “della discesa del Gange”) mentre secondo altri illustrerebbe uno dei poemi epici della letteratura induista, il Mahabharata. Poco importa la verità; di sicuro per la maestosità l’opera lascia senza parole i profani occidentali, mentre le capre pascolano sulla cima della roccia e i bambini si rincorrono. Secondo gli studiosi, tutti questi templi furono elaborati e scolpiti, anche nei minimi dettagli con rappresentazioni animali, da una scuola per giovani scultori: alcuni soggetti, ad esempio, si ripetono in stili e mani diversi, quasi fossero un compito da portare a termine o una dimostrazione pratica fatta dai maestri agli allievi. Chennai non è certo da meno dei suoi dintorni in materia di templi. Rumorosa, colorata, sospesa tra passato e futuro, è la capitale del Tamil Nadu e per anni gli inglesi colonizzatori l’hanno chiamata Madras, pare perchè non riuscissero a pronunciare il nome indiano, Chennapatnam, da cui arriva l’appellativo Chennai.
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Un tempo composta da vari villaggi di pescatori, fu trasformata nel 1600 per la presenza della sede della Compagnia Inglese delle Indie Occidentali, istituita nel borgo di Madraspatnam, dove i britannici costruirono il forte St. George, ora museo. Oggi è una lunghissima striscia di bianca spiaggia dove si affollano bancarelle e ristorantini, dove i pronipoti degli antichi abitanti pescano ancora come un tempo e le giovani in sari si divertono a schizzarsi l’acqua tra loro. Il cuore di Chennai, però, è l’antica città di Mylapore, dove si concentrano i templi. Come il colorato Kapaleeshwar, meta preferita degli  sposi per celebrare il matrimonio. Non è difficile infatti incontrare qui coppie adornate in abiti eleganti, con i fiori tra i capelli e attorniati da parenti felici. Una manfestazione di gioia che rende questo tempio dedicato a Shiva, una delle tre principali divinità indù, ancora più allegro e rasserenante. Un’immagine dell’India davvero indimenticabile come i sorrisi dei neo sposi. Importante per gli induisti, Chennai ha anche un’impronta cattolica dovuta non solo ai colonizzatori europei, portoghesi in primis nel 1500, poi francesi, olandesi e inglesi. Su una collinetta un tempo periferica, ora inglobata nella tentacolare città, sorge la Chiesa di San Tommaso, moderna, linda e tranquilla: l’apostolo fu martirizzato qui nell’anno 72 e qui c’è la sua tomba, visitata dagli indiani di fede cristiana e dai turisti in cerca di curiosità.

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