Qual è il viaggio che le è rimasto nel cuore?
Nel 1975, avevo 16 anni e frequentavo il liceo quando vinsi una borsa di studio dell’American Field Service ed ebbi modo di trascorrere un anno negli Stati Uniti, a South Windsor nel Connecticut, fra New York e Boston. Ricordo ancora l’arrivo nella piccola cittadina del New England, di sera, dopo l’atterraggio all’aeroporto La Guardia, fra prati e villette residenziali, che mi ricordavano un mondo mitico osservato nei film della mia infanzia e adolescenza o i paesaggi dall’atmosfera luminosa e inquietante dei quadri di Hopper. La mia “famiglia americana” mi venne a prelevare con una super macchina e capii di essere entrato in un’altra dimensione, dove i sogni potevano diventare realtà, come il resto del mio soggiorno sembrò confermare,
fra incontri con exchange students di tutto il mondo, famiglie a stelle e strisce desiderose di ospitarmi e confrontarsi con me, un anno scolastico unico e irripetibile e, infine, prima del ritorno, l’incontro col presidente Ford alla Casa Bianca.
Come si prepara per affrontare un viaggio?
In genere, cerco di farmi una mappa socio-culturale del luogo: non voglio praticare un turismo usa e getta, di tipo consumistico e omologante. Pertanto individuo luoghi, atmosfere, persone con cui voglio entrare in contatto e mi sforzo di predisporre le condizioni perché ciò avvenga. Sono convinto che sostare in una piazza, bere un buon caffè al bar e magari parlare con l’edicolante permettano una conoscenza dei luoghi molto più intensa della corsa al monumento e allo scatto fotografico. Fortunatamente, la mia attività di lezioni-concerto e conferenze mi permette spesso un rapporto con le persone e le realtà locali, che mai potrei avvicinare in modo così diretto e intimo senza l’occasione privilegiata del contatto col pubblico. Un esempio significativo di ciò è il mio amore per la Calabria, ove da anni trascorro le vacanze estive sulla Costa Jonica, fra Locri e Siderno, e la gente ha incominciato a conoscermi, chiedendomi a ogni estate un incontro o una lezione-concerto: una specie di aggiornamento annuale di quanto vado facendo con la mia attività fra musica, poesia e immagini. L’8 agosto sarò, per esempio alla Libreria Mondadori di Siderno ove presenterò il mio ultimo libro “I trascendentali traditi”, con una conferenza su “Il sacro e il popular fra tradizione ed eversione nel tempo del pensiero debole”.
Cosa non dimentica mai di mettere in valigia prima di partire?
Da molti anni, una piccola coroncina del rosario, stile di preghiera litanica e contemplativa, condivisa in forme diverse dalla spiritualità cattolica, ortodossa, islamica, buddista e induista. Il vero problema della partenza, e quindi del viaggio, è il pericolo di perdersi, di disancorarsi dagli affetti e dai luoghi che costituiscono le proprie radici e quindi la propria identità più autentica. Il ricorso, l’appello, il richiamo a qualcosa di universale e trascendente, e al contempo di radicato nel proprio mondo intimo, nella propria memoria storica, è quindi un modo per restare sé stessi e avvertire unità e continuità rispetto alla propria esperienza globale. In questo contesto, provo ammirazione per l’esperienza del grande mistico Raimon Panikkar, mancato da poco, che ha tentato una grande sintesi spirituale, in particolare fra la tradizione cristiana e quella induista, all’insegna della più pura contemplazione. Naturalmente l’oggetto che porto con me, a prescindere dalla recita della preghiera stessa, è già un po’ avvertito come una specie di talismano salvifico, del tipo di quelli amati dal poeta Eugenio Montale.
Quale musica ascolterebbe per ricordare le emozioni di quel viaggio?
Sono un convinto assertore dell’unità di sacro e profano e, quindi, se penso al viaggio che ha finito col costituire il mio mythos fondativo originario, quello giovanile negli Stati Uniti, vi associo una canzone pop, leggera e struggente, che trasmettevano alle radio nei miei ultimi giorni di permanenza negli States, uno dei brani forse più disimpegnati di Paul McCartney: “Silly love songs”, che a me pareva però autentica e commovente come una fuga di Bach, anche perché avvertivo che mi segnalava la fine imminente di quell’esperienza e di quella fase della vita. Dopo di che tutto sarebbe stato più complicato.
Qual è il cibo più strano o particolare che ha assaggiato durante un viaggio?
Una zuppa di latte e pesce che la signora che mi ospitava in America, fra le altre cose insegnante di gastronomia, mi presentò come una prelibatezza assoluta e che io non potei in realtà apprezzare altrettanto. Mentre invece apprezzai le povere lumachine che mi vennero servite fra condimenti succulenti e vino appropriato al prestigioso ristorante The Four Seasons, alla sommità di uno dei più bei grattacieli di Manhattan.