E il risultato è sorprendente. Chitarre impazzite e canto gutturale; il violino morin khuur e banjo; il basso e flauto tsuur. Matrici rock e canti armonici. Accenti psichedelici e furenti galoppate sonore. Anthem mistico-battaglieri (“Hanggai”) e country-folk caracollante (“Uruumdush”). Delicate ninnenanne (“Borullai”) e scampoli cinematici (“Gobi road”). Liriche che spostano velocemente il focus da una realtà pastorale, ritratta con toni mitologici, a un presente di immigrati in cerca d’identità, decisamente molto meno edificante. C’è già chi sussurra che se i Pogues fossero nati tra Ulan Bator e Pechino probabilmente suonerebbero come loro. Facciamoci dunque una birra e brindiamo alle diciassette tracce di “He who travels far”: sono le fondamenta del nascente country punk mongolico.
World Connection/Egea