Raccontando delle donne del Marocco, dei loro rituali e stili di vita, Rita El Khayat, psichiatra e antropologa nata e cresciuta a Rabat, ha dato forma a una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti del proprio Paese. Un Paese non solo bello, ma educato al culto della bellezza. Per le marocchine la bellezza è stata sempre sentita come un dovere, mai come un vezzo. “Le donne marocchine hanno creato e manipolato il bello […]. Hanno dato un orientamento ai gusti quotidiani, hanno modificato le mode e le tecniche. Le donne marocchine non vanno considerate come figure passive solo perché non uscivano dalle case”. Proprio dalla ricerca della perfezione estetica deriva l’abitudine di “ricamare” le mani con l’henné (specie tra le berbere), quella di cospargere i capelli di ghassoul, d’impreziosire il sorriso con il swak, e quella di frequentare assiduamente l’hammam, un luogo tanto importante per le città musulmane marocchine, da essere costruito prima di qualsiasi altro edificio, insieme alla moschea e al suk.
Oltre al lato pittoresco del Marocco delle donne, fatto di cure del corpo, bicchieri di tè e gioielli d’argento, Cittadine del Mediterraneo affronta quello più problematico: il maschilismo radicato che ha fatto sì che le donne, fino a non molto tempo fa, fossero date in spose tra i dodici e i tredici anni, che potessero essere ripudiate e che, a causa della mancanza d’istruzione, non conoscessero i propri diritti. Per ricordare questo aspetto della condizione femminile, e auspicando che il Marocco si potesse adeguare alla modernità, nel 1999 Rita El Khayat ha scritto una lettera al re Mohammed VI, riportata per intero nel volume. “L’Epistola non fu ricevuta a corte ma andava scritta proprio per segnare una cesura nella relazione tra le donne e il potere: nel 1999, una donna si era rivolta a un Sovrano marocchino, cosa assolutamente impossibile fino ad allora”.
Paola Biribanti