Il significato della voce d’artista è un tema che ritorna in tutto il libro, insieme all’idea della registrazione su nastro. Proprio come una musicassetta è infatti concepito Autoreverse, con “pezzi” del lato A, in cui il portiere (Angelo) ripercorre la sua vita da quando ha lasciato la Campania fino alla decisione di cambiare lavoro, che si alternano a brani del lato B, nei quali François, anche lui campano di origine, spiega le ragioni che lo hanno portato all’Hotel Roma: colmare le lacune e correggere gli errori del biografi ufficiali di Pavese, Dominique Fernandez e Davide Lajolo. Comprimaria del romanzo – che si tinge inevitabilmente di giallo – è la città di Torino. Forlani, torinese d’adozione, non si limita a nominarne le strade, le piazze e i monumenti principali, ma dedica al capoluogo piemontese lunghe digressioni, da cui emerge una questione interessante e sempre attuale: lo scarso richiamo turistico che la città esercita sugli italiani.
Città ricca di arte, cultura, tradizioni secolari; al centro di vicende storiche e politiche di primo piano, che ne hanno fatto la capitale d’Italia dal 1861 al 1865; circondata da un paesaggio mosso e suggestivo, Torino, per lo meno fino a un recente passato, non è mai stata (il che è abbastanza inspiegabile), meta del turismo di massa. Fondamentalmente, quando si pensa al capoluogo piemontese si pensa all’industria, alla fabbrica, forse ancora più che Milano. “A Torino ci vieni per lavorare, mica per fare il turista. Torino non è Firenze o Roma, e se di Venezia conquistano le ombre dei palazzi che cavalcano i canali, a Napoli sono i pezzi di storia, tessere di uno strano mosaico che il vulcano sputa fuori di tanto in tanto” […]. Forlani tenta una spiegazione: negli anni Sessanta e Settanta “nelle città italiane esplodeva la dolce vita, qui da noi la classa operaia, la notte, per metà se ne stava sveglia negli altiforni, mentre l’altra crollava nel tepore dei letti appena lasciati dai compagni”.
Paola Biribanti