Magnifica Polinesia

Dopo 24 ore di volo aereo dall’Italia, all’arrivo all’aeroporto internazionale della capitale Papeete, si viene accolti da piccole orchestre locali che a suon di chitarra intonano canti polinesiani di benvenuto: maeva. All’uscita, le guide in attesa degli ospiti  hanno collane di piccoli fiori bianchi, i profumatissimi tiaré, fiore simbolo polinesiano. L’aria calda e profumata della sera avvolge in un umido abbraccio non appena si esce dall’aereo, e fa dimenticare la stanchezza del viaggio, così come lo spaesamento dovuto alle 11 ore di fuso orario. Il giorno dopo, alle 5 del mattino il sole è già alto, la luce intensa, così come la voglia di fare il primo tuffo in un mare che in Polinesia ha la temperatura costante di 26°C.

Papeete, come il resto di Tahiti, è soprattutto un luogo di passaggio per le altre isole. La prima tappa è Raiatea, isola sacra per i polinesiani, a 45 minuti di volo da Tahiti. Il contrasto cromatico fra il bianco delle sue spiagge deserte, il blu del suo mare, il verde della vegetazione che la ricopre sono i colori che la contraddistinguono. I suoi fondali, veri e propri giardini di corallo, grotte, passes, sono popolati da miriadi di pesci colorati. Nella stessa laguna si trova Tahaa, l’isola della vaniglia, così chiamata perché vi si concentra il più alto numero di piantagioni della preziosa orchidea: l’isola da sola produce l’80% di vaniglia di tutta la Polinesia. Dalle sue spiagge si intravede la sagoma di un’altra isola dell’arcipelago della Società: Huahine.

Piccola, si gira tutta in 4 ore d’auto, è un’isola giardino salvata dagli abusi edilizi. Fra i primi occidentali ad arrivare qui, ci fu il leggendario capitano Cook, nel 1761. Ancora oggi si può leggere il passato dell’isola nel marae, un’area sacra un tempo usata per riti religiosi, oggi recuperata al lento degrado e visitabile. Huahine è un eden per gli amanti della natura, ricoperta com’è di piante secolari: cassie, hibiscus, flamboyant, pandanus, banani, manghi, parau, una pianta dalle foglie enormi che i polinesiani usano come tovaglie, piatti da pic nic o coperchi per i forni in pietra interrati dove viene cotto il frutto del pane. Qua e là tra la fitta vegetazione, spesso si scorgono spuntare delle piccole sculture intagliate nella roccia: sono i tiki, divinità che vegliano contro le avversità.

Un altro tuffo nella natura incontaminata lo offerto l’isola-cartolina di Fakarava, nell’arcipelago delle Tuamotu, il cui ecosistema è protetto dall’Unesco. Ha spiagge di corallo rosa punteggiate da palme, 700 abitanti in tutto, e una laguna circondata da motu (isolotti) disabitati. Ma l’isola da sogno per eccellenza, ancor più di Bora Bora, è Rangiroa, o Ra’iroa, come la chiamano i polinesiani, ad un’ora di volo da Tahiti. Deve il proprio nome, che significa “cielo immenso”, alla sua estensione. Con un anello corallino di 75 km, è l’atollo più grande della Polinesia, il secondo al mondo dopo quello di Kwajalein, in Micronesia.

È la patria dei sub: i fondali erano tra i preferiti anche da Jaques Cousteau, accolgono giardini di corallo, strapiombi e una fauna unica di pesci pagliaccio, razze, delfini, squali martello, mante. La sua laguna ospita 240 motu, separati da oltre 100 hoa, piccoli canali. La stretta vicinanza di 10 motu in particolare formano una laguna nella laguna: la famosa Laguna Blu, una prodigiosa piscina naturale, con palme che lambiscono le spiagge dalle sfumature rosa, l’acqua turchese e brillante abitata da piccoli squali pinna nera, un cielo immenso, solcato da sterne bianche in volo.   incarna da sola il sogno polinesiano.

Tutte le foto sono di http://www.tahiti-tourisme.it

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