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Lorella Cuccarini: la mia Africa

Sono affetta da mal d’Africa, ma non quello che colpisce i turisti normali. Mi è venuto per altri motivi, per gli sguardi della gente e per le difficoltà che affrontano: questi mi sono rimasti nel cuore. Sono i ricordi più vividi del mio viaggio in Malawi per “Trenta ore per la vita”, la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi per i bambini e le mamme più deboli, di cui sono madrina. Non è la prima volta che vado in Africa, sono stata già in Congo e in Mozambico, sempre per lo stesso progetto. Siamo andati a portare kit farmacologici che consentono di far nascere bimbi sani da madri sieropositive e di farli arrivare senza problemi sanitari ai diciotto mesi, anche attraverso un centro nutrizionale, allestito dalla Comunità di Sant’Edigio. Dopo il Mozabico, dove ho avuto la gioia di rincontrare bambini che avevamo aiutato a nascere lo scorso anno e che io chiamo i “figli di Trenta ore per la vita”, sono stata in Malawi sempre con un gruppo di medici africani che si occupano localmente dell’associazione di cui sono socio fondatore. Quando sono arrivata in questo paese poverissimo, sono rimasta scioccata da un effetto stridente: il nostro albergo, in stile inglese, era bello e aveva un sacco di depliant di luoghi meravigliosi, di parchi naturali e animali in libertà, tutte cose prettamente turistiche. Io invece sono andata in giro per i villaggi, dove spesso le case sono baracche, a parlare e accudire le donne incinte, quelle che avevano appena partorito e quelle con i bimbi piccoli: rappresentano una forza per questo Paese, sono state trattate come rifiuti solo perchè malate, ma qui riacquistano la loro identità, diventano per causa di forza maggiore culturalmente più evolute e aiutano a diffondere un messaggio positivo.

Qui le condizioni sono difficili anche perchè è una zona dove piove molto e in certi periodi i medici non riescono nemmeno a raggiungere le pazienti, dove la gente non ha nemmeno da mangiare e i volontari consegnano cibo almeno una volta a settimana. Per questo i progetti dei centri Dream sono importantissimi: controllano che riescano a mangiare e a fare gli antivirali, occupandosi di mamma e bimbo fino ai suoi diciotto mesi quando diventa più forte. Ho seguito da vicino sia le cure mediche, sia la consegna del cibo. Sono enormi emozioni. Nel cuore mi è rimasta Ortensia, una signora di sessant’anni che deve allevare il nipote di due anni: la figlia è morta poco dopo averlo dato alla luce, sano. Solo che Ortensia non ha risorse: mi raccontava che a volte non riesce a mettere insieme i due euro necessari per comprare l’acqua potabile dal vicino ed è costretta a bere quella piovana e inquinata. Solo due euro, come un nostro cappuccino e cornetto, quando qui cambiano la vita. Sono impatti e ricordi che mutano per sempre la scala dei valori di un occidentale. Questa è la mia vera Africa. Quando parti dall’Italia, sei pronta ad affrontare situazioni del genere, ti porti dietro una carica emozionale e l’ottimismo per essere grintosa e propositiva per il futuro. Anche così aiuti queste persone, diffondendo un nuovo messaggio e facendo vedere un altro lato dell’Africa. Praticamente, invece, mi sono organizzata portandomi dietro una valigia di gallette di riso: sapevo che non c’era da mangiare, che non esistono bar o ristoranti, così mi sono attrezzata. Così come l’acqua: la compravo in albergo prima di uscire per le mie visite. Sono stati dieci giorni intensi, a contatto con i medici africani e i volontari: parlavamo inglese tra noi e c’era una ragazza che faceva da traduttrice con la gente del posto, che ha una lingua complicatissima e incomprensibile. Dopo un paio di viaggi in questi Paesi, impari ad affrontare la situazione e quando ci ritornerò, il prossimo anno, sarò ancora più brava nell’organizzarmi.

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