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Walvis Bay, dune in riva all’oceano e otarie in Namibia

Il pellicano plana sulla barca in escursione nella Walvis Bay, la baia delle balene. La Namibia rivela un’altra prospettiva della sua natura multiforme, sempre emozionante, sempre unica. Bastano pochi chilometri e il paesaggio si trasforma, dando ovunque la possibilità di incontri con gli animali liberi, selvatici, diversi e affascinanti.

Nella Walvis Bay i pellicani sono una costante, non sembrano avere paura di niente, si fanno vicini, in modo da poter osservare il loro becco capiente, le piume bianche tendenti al rosa, gli occhi acuti. Un po’ come i gabbiani che si contendono il motore della imbarcazione mentre solca la baia.

Dalla barca si vedono anche le migliaia di otarie che giocano nell’acqua, sfilano come siluri sotto la superficie, si chiamano in continuazione con versi curiosi, si alternano sulla poppa di una petroliera ferma in manutenzione, mentre gli operai sulla piattaforma sfidano la gravità arrampicati su fili sporgenti nel nulla del cielo azzurro.

Le otarie fanno anche da sentinelle sulle boe dell’allevamento di ostriche, bene economico di Walvis Bay: grandi e succose, crescono molto velocemente in queste acque alimentate dalla corrente di Benguela, intorno ai 16 gradi di temperatura, troppo fredde per parecchie specie e anche per l’uomo, ma ricche di nutrienti e plancton. L’allevamento è iniziato per caso, in questo angolo di Namibia affacciato sull’oceano Atlantico: a fine degli anni Ottanta del Novecento un certo Manuel Romero ebbe l’intuizione che le ostriche di origine cilena potessero svilupparsi bene qui, creò un’incubatrice e dopo i primi fiorenti risultati è diventato un successo enorme. Le ostriche si trovano su tutte le tavole, i banchetti, gli aperitivi nei ristoranti dei dintorni, persino negli hotel per colazione, e sono tra le più apprezzate al mondo.

Le otarie di Walvis Bay sono circa 70 mila, difficile contarle tutte, ma nell’intera Namibia si stimano più di due milioni di esemplari: qui stanno benissimo, stese sulla striscia di Pellican Point, la penisola a sud, stretta e lunga, che delimita l’accesso alla baia fino al Cape Cross, la punta estrema. Quasi trenta chilometri di pura meraviglia: la sabbia dorata a tratti rosa, il cielo azzurro, le nuvolette bianche, il mare dal verde al cobalto, e in mezzo a tutto questo il nero lucido dei leoni marini.

Sono osservati da vicino da una coppia di sciacalli in attesa di qualche distrazione di una mamma otaria per rapire i cuccioli. I piccoli sono tanti, crescono vivacemente, si rincorrono per i loro giochi, vengono istruiti dalle madri al nuoto, si dimenano e spuntano con il musetto dall’acqua. Alcuni però non ce la fanno a sopravvivere per malattia, per selezione naturale, per l’attacco dei predatori, gli sciacalli, i gabbiani e le iene brune (le orche non arrivano nella baia e gli squali non ci sono in questo punto dell’oceano): vedere i corpicini mezzi sepolti dalla sabbia fa stringere il cuore, ma purtroppo è il cerchio della vita.

Sulla spiaggia di Pellican Point il faro è un punto di orientamento. Costruito nel 1932 dai sudafricani (fino al 1994, quattro anni dopo la dichiarazione d’indipendenza, la Namibia faceva parte del Sudafrica), con le strisce bianche e nere ad indicare l’acqua e la terra, si trovava alla punta della baia, ma in una cinquantina d’anni la sabbia è aumentata talmente tanto che oggi si trova a due chilometri dall’estremità ed è stato trasformato in un hotel di lusso, anche se le luci si accendono sempre per i naviganti.

Oltre Cape Cross il mare aperto: a largo si possono incontrare le balene e i delfini, se si è fortunati. Dall’altro lato, invece, del Pellican Point la laguna, con le saline, i fenicotteri che si alzano in volo insieme ai cormorani. Infine, le dune dorate che si spingono in riva all’oceano, il deserto che incontra il mare in un habitat unico, silenzioso, magico. E’ la Namibia che incanta con le sue meraviglie naturali.

Walvis Bay, in afrikaans “baia delle balene”, oggi è un santuario naturale, ma un tempo
era adibita alla caccia alle balene. Scoperta nel 1487 dal navigatore portoghese Bartolomeo Diaz,
che esplorò tutta la costa dell’Africa occidentale, si trasformò nel Settecento in un porto
di pesca molto redditizia per gli europei e i nord americani, balenieri compresi, che fondarono anche l’omonima cittadina che ruota appunto intorno ai moli. Nell’Ottocento divenne molto florida per le sue rotte commerciali, fu occupata dagli inglesi e in seguito divenne parte del Sudafrica, anche se a inizio del Novecento in questa zona e nella vicina Swakopmund si stabilirono immigrati dalla Germania.

Per apprezzare quello che offre Walwis Bay è preferibile un’escursione organizzata che parte del piccolo e vivace porto, con moli, ristoranti, qualche bel negozio di souvenir, i pellicani in mostra così come qualche otaria più coraggiosa nel rapportarsi con gli umani, al punto da salire in barca attratta dai pesci che le offrono i marinai.

Ad esempio Mola Mola, dal nome del grosso pesce tipico della zona, www.mola-namibia.com, info@mola-namibia.com, offre visite guidate, possibilità di fare kayak a Pellican Point tra i leoni marini, e gita in jeep 4×4 sulle dune. Meglio affidarsi a guidatori esperti, anche perché l’intera aerea è protetta e sarebbe pericoloso oltre che da stupidi avventurarsi nell’oceano di sabbia da soli. Inoltre, ci sono zone off limits e le maree fanno improvvisamente cambiare i paesaggi e i percorsi.

Dopo il giro in barca nella Walvis Bay, si scende e si fa sosta pranzo a Pellican Point: un banchetto luculliano con in sottofondo i versi delle otarie, ostriche e champagne, aragostine e filetto di manzo, insalata di quinoa e una di barbabietola, zucca e fiori edibili, con tanto di chef sulla sabbia e una toilette panoramica.

Finito il pasto, è il momento di salire sulle jeep e andare a vedere da vicino le dune. Un lungo tratto costeggia il mare con i gabbiani che si alzano in volo al passaggio e la sabbia fine e dorata formata da cristalli e piccoli quarzi che brillano al sole. Poi è la volta di entrare nell’area protetta di Sandwich Harbour, una delle innumerevoli sia della costa che dell’intera Namibia, e del deserto del Namib, una delle meraviglie del Paese a cui ha dato il nome.

Tra i cespugli sporadici e un po’ d’erba si possono avvistare i simpatici springbok, una specie di antilope che salta come una molla, e gli orici, animale simbolo namibiano. E infine la jeep sale e scende sulle dune dorate, in una giostra che lascia senza fiato per la bellezza della natura e del vento che modella incessantemente queste montagne di sabbia, più giovani di millenni rispetto a quelle di altre zone della Namibia.

Alcune, più basse, si possono anche salire a piedi: la fatica viene ricompensata dal panorama unico, l’oro dell’arena che si scaglia contro il blu luccicante del mare. Un’emozione forte, che viene completata da un aperitivo sulla riva, alle spalle le dune, davanti l’oceano. Il tutto immersi in un silenzio pacificatore, gli unici rumori sono quelli delle onde e i richiami degli uccelli.

Sulla via del ritorno, Walvis Bay rivela le saline, tra le più grandi dell’Africa e che producono milioni di tonnellate di sale l’anno: bianchi canali, monti salati e un’enorme laguna abitata dai fenicotteri e pellicani e tinta di rosa che sembra un lago uscito dalla fiabe. Una degna conclusione
per una giornata intesa, che scalda il cuore e fa sentire fuori dal mondo, in un’altra dimensione.

Una volta tornati al porto di Walvis Bay si può andare a scoprire Swakopmund, a una mezz’ora di auto verso nord dalla baia, passando anche per il viale di palme più lungo del mondo e vedendo ville ed edifici lussuosi, con il sole che si getta in acqua al tramonto colorando il cielo di rosso, arancio, giallo e rosa.

Seconda città del Paese, amata soprattutto per le vacanze estive, è la base ideale per muoversi in questo angolo di Namibia ed esplorare anche la zona della Skeleton Coast, con la sua anima selvaggia spazzata dal vento, le onde alte e i relitti di navi, balene e uomini: ha visto centinaia di naufragi, compresi galeoni e velieri antichi, di cui non è rimasto nulla, e pescherecci moderni, come quello angolano ancorato ancora lì in balia degli elementi da qualche anno e diventato dimora di una colonia di cormorani. Lungo la costa, i pescatori autorizzati, anche questo è parco naturale, pescano con le loro canne appoggiate direttamente sul cofano dell’auto parcheggiata a pochi metri dall’acqua, talmente questo tratto è ricco di fauna ittica.

Swakopmund è una deliziosa cittadina dove si rincorrono palazzi dai colori pastello e dalle forme art deco, al punto da sembrare una piccola Miami Beach. C’è anche un tocco di Baviera, perché fu fondata dai tedeschi e ancora oggi molti negozi hanno nomi in quella lingua, come le pasticcerie con l’insegna Konditorei, a volte si viene accolti anche da un Guten Morgen entrando in un negozio. Tutto sembra un po’ surreale.

Per il resto, Swakopmund ha una bella strada pedonale per lo shopping tra souvenir e prodotti artigianali di qualità, è tutta in fiore con ibiscus enormi e dai colori vivaci, nei prati davanti al municipio e al faro scorrazzano indisturbate le faraone, anzi sono pure sulla segnaletica di attraversamento, tanto sono libere senza che nessuno le mangi. Si trovano anche molti ristoranti dove poter assaggiare il freschissimo pescato del giorno, il mola mola, il tonno, calamari morbidi, cozze, gamberi e ovviamente le ostriche di Walvis Bay, perfette per chiudere con una tappa gastronomica un viaggio nell’emozioni della natura unica di questo angolo di Namibia.

Info:
https://ilovenamibia.it/

Foto di Sonia Anselmo e Silvia Marchini
Si ringrazia www.oceanya.it/ e www.iviaggidicate.it/ per l’organizzazione del viaggio

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