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Da Santana a Battisti tra Vienna e Benevento

“Tu come me cerchi rifugio nelle pieghe del mare”. Come la giovane cantautrice Chiara Raggi di fronte alle onde che bagnano il Molo 22, così io ho cercato sempre rifugio nelle pieghe della musica. Nessuna fuga, nessun nascondiglio, ma solo un cantuccio, una tana per capire, rinascere e uscire. Soprattutto, per godere di musica.  Sarà stato il 1987, probabilmente estate, un’area di servizio tra Pompei ed Ercolano, ricordo l’afa, la Fiat Uno color vaniglia dei miei, la musica di sottofondo. Ma soprattutto la domanda: “Papà ma chi è ‘sto Santana?” Ce l’ho ancora quella cassettina, reliquia tanto intoccabile quanto fatiscente, con tanto di nastro che sembra corroso dai tarli e copertina bianca con la sagoma grigia di Carlos e la colomba, so che lui l’ha guardata dove la cercavo io. Quando la riascolto è peggio di un vinile calpestato da un omone in armatura.

Eppure la custodisco gelosamente perché fu proprio lei a farmi provare il primo autentico orgasmo. Niente di straordinario, un semplice greatest hits del baffo messicano, ma quando cominciò a circolare nelle vene quel suono, tra Flor d’Luna, Europa, Evil Ways e Song Of The Wind, un’erezione sonora mi cambiò la vita. La musica è sempre stata parte del mio cammino, in modo talmente estremo che la mia vita è diventata la colonna sonora dei miei ascolti. D’altronde il raccontare i dischi ai lettori o agli ascoltatori è diventato anche il mio mestiere, non penso avrei potuto fare altro. La musica ha assecondato tutti gli scatti di crescita, gli eventi grandi o piccoli, in costante circolazione e dinamismo, contro ogni forma di staticità. Ricordo la gita di terza media a Vienna: eravamo in pullman, riconoscevo la voce di Lucio Battisti da una cassettina messa dalla professoressa di Educazione Artistica, contestata da tutta la ciurma, ma quelle canzoni erano strane davvero, altro che acque azzurre e dieci ragazze. “Quindi facendo finta che non sai parlare/ti metti un dito in bocca, l’anulare”. Anni dopo avrei riscoperto e assaporato per bene L’Apparenza (Lucio Battisti), ma in quella settimana così strana per un adolescente che da un paesino del Sannio si trovava catapultato in Austria, in una classe in cui socializzò davvero poco, Lucio fu più che una benedizione.

E benedetta la scoperta di quanto il ritmo travolgente e parossistico dei Mars Volta di The Bedlam In Goliath si potesse incastrare perfettamente alla velocità del treno che di notte mi portava da Bergamo a Foggia. O quella canzonaccia di Gipsy Road dei Cinderella che mi accompagnava nelle mie sgambate pomeridiane in campagna, nel verde di un Sannio campestre ancora profumato. O Nursery Cryme dei Genesis che andava a rotazione per intero durante gli autunni, di ritorno dall’Università, e quel vinile un po’ malmesso era lì  che mi aspettava a casa insieme a Burn dei Deep Purple, degno sostituto di studi giuridici mai amati. Consiglio a tutti i futuri giuristi di ascoltare Sail Away – David Coverdale e Glenn Hughes sono fatti per l’autostrada: se non vi si rizza nulla siete davvero fatti per il codice di procedura civile.

E come dimenticare le viuzze tortuose che riportavano la mia amata Panda rossa a Benevento in una notte stellata dell’agosto 1996, quando rimbecilliti dal concerto degli Almamegretta attaccammo a cantare a squarciagola Taglia la testa al gallo di Ivan Graziani, neanche i militari in libera uscita. O i vicoli di una Napoli brulicante e viscerale che mi fecero scoprire una bancarella che mi offrì, nell’ordine: Boston annata 1976, La grande grotta  di Alberto Fortis, una roba dei Machiavel che neanche ricordo il titolo, i mitici Baron Rojo (“Los Rockeros Van Al Infierno” cantavano, mi sa che mi toccherà…), Il sole nella pioggia di Alice (divina), tutto rigorosamente a 33 giri, 4.000 lire cadauno. O il viaggio che ancora non ho fatto con il mio amico Umberto, da tempo abbiamo deciso di girare in lungo e in largo in auto di notte ascoltando Sabato italiano di Sergio Caputo. Una volta gli dedicai L’amico e domani di Claudio Baglioni, chissà se gliel’ho mai detto… E le discese nella notte irpina con Notte di note, note di notte o il volo Roma-Lisbona con i Gentle Giant a palla nelle orecchie perché la fidanzata del tempo mi proibiva di ascoltarli, tiè tu stai a casa e io in Portogallo altro che fado mi sparo giù l’opera omnia dei Led Zeppelin!

E l’attesa per l’uscita di Ulisse della PFM, tanto intensa quanto prolungati furono gli ascolti dall’aprile del 1997 fino all’altro ieri, e Soul Express di Enzo Avitabile nel silenzio della campagna picentina con mio cugino, stanchi dopo la raccolta di nocciole, e quel treno per Bologna che sembra ieri, portava la mia compagna e me abbracciati sulle note di Cosmic Messenger al concerto di Jean-Luc Ponty. E ne avrei ancora da raccontare di viaggi e di note, di scale e saliscendi, di pentagrammi e montagne, ma devo andare. Ma mi puoi capire: “Tu come me cerchi rifugio nelle pieghe del mare”.  

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