Sul Cristo del Corcovado con Fabrizio De Andrè

Era un sogno. Uno di quelli che fai da bambino. E un giorno si realizzò. Un Airbus 340-300 mi traghettava oltreoceano verso le coste del Brasile. Finalmente. Un viaggio a lungo accarezzato e preparato a dovere. Nello zaino misi una maglietta di Zico (mondiali 1982). Era una taglia XXS ricordi di almeno 20 anni fa. Era incartata insieme a un vinile. S’intitolava “Cinema Transcendental”. Fu così che scoprii Caetano Veloso, un regalo che mio zio portò dal suo primo viaggio in Brasile. E da allora non persi un album, né concerto, né incontro. L’iPod non ce l’avevo ancora, così selezionai un po’ di cd e li chiusi con cura dentro lo zainetto per il bagaglio a mano. In volo, sopra l’oceano, al di là delle nuvole, mentre le terre emerse sembravano scomparire come inghiottite dalle acque del grande Atlantico, mi faceva compagnia la sua musica, quella di Veloso, e non solo perché stavo andando in Brasile ma perché era il modo migliore per prepararmi al mio primo incontro con il Paese che più amavo e che più amo al mondo. La mia seconda terra, forse di più, la mia patria. Insieme ai cd avevo in valigia anche un libro di Jorge Amado, che divorai velocemente, “Capitani della spiaggia”. Il Brasile profuma di mistico e di magico, così quando le braccia del Cristo Redentor, sul morro del Corcovado si spalancarono dinnanzi a me e nel mio lettore girava la voce di Fabrizio De Andrè, “non mi uccise la morte ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte”… non riuscii a fermare l’emozione e nemmeno le lacrime. Ci sono canzoni che hanno una forza immensa, ma se le ascolti nei posti giusti possono colpirti il cuore in un modo che non immagineresti mai. Così fu per me: in quell’istante davanti a una delle sette meraviglie del Mondo, il disco di De Andrè “Non al denaro, non all’amore né al cielo” mi entrò dentro le corde dell’anima come mai aveva fatto prima. Così come “La città vecchia” che suonava mentre passeggiavo tra i vicoli acciottolati della favela di Rocinha, tra cartoni arrotolati e giocatori di domino, tra suonatori di berimbau e salite da scalare, fatte di case senza soffitto, di muri aperti, di letti buttati all’aria.
Lasciai Rio De Janeiro in pullman diretta verso le verdi coste del sud sulle note di Jorge Drexler: “Yo no sé de dónde soy, mi casa está en la frontiera/ Y las fronteras se mueven, como las banderas”. Vero, le frontiere si muovono come le bandiere i confini si spostano, arrivai in un isola bella come un miracolo, come un segreto nel mezzo dell’Atlantico. Poche case, due hotel-alloggio. Nel tramonto di quella notte sotto le stelle della Croce del sud, mi addormentai ascoltando “Humming” di Duncan Sheik. Rimasi tre giorni a farmi coccolare dalle onde leggere del mare azzurro di Ilha Grande poi ripartii in direzione nord, verso Salvador. Ventisei ore di bus sulla BR 101 una strada che somiglia alla Route 66 americana, fatta di nulla. Una linea di asfalto che taglia in due paesaggi pianeggianti e verdi file di alberi di mango e palme da cocco in un surreale clima tropicale. A farmi compagnia due album di Bruce Springsteen: “Nebraska” e “The River”. Ma Salvador… 

È Salvador
che stupisce con i suoi colori, gli odori, la pelle di oro marrone della gente che sorride e ti schiude il mondo. Sorridi, ripetono gli abitanti, tanto giù al porto come al Pelourinho: sorridi sei a Bahia. E non si può tralasciare certi dettagli. Così, sarà banale, ma Caetano e Gil, e Jobim e João Gilberto mi hanno accompagnato in quella città magica, quella Roma negra, come la chiamano, quella folle inebriante droga tropicale che colpisce tutto e fa dimenticare proprio come l’isola che non c’è. Li ho visti tutti i personaggi cantati da Veloso. Ho vistoTigresa ai bordi della strada, sotto la Lua de Sao Jorge. E ho visto Leaozinho, nella Baixa do sapateiro, ho mangiato la canna da zucchero “Cana doce Santo Amaro/Gosto muito raro/Trago em mim por ti” e capisco davvero cosa vuol dire Eu vim da bahia. Dicono che un viaggio non è tale se poi non si torna al proprio porto, a me piace tornare in porto per poi ripartire. Resta solo da vedere dove sta il mio porto, e questo viaggio e questa musica mi hanno fatto capire chiaramente dove è il mio molo di attracco. Il mio porto. Così come dice la canzone: “Pra morrer de alegria/ Na festa de rua, no samba de roda/ Na noite de lua, no canto do mar/ Eu vim da Bahia/ Mas eu volto pra lá/ Eu vim da Bahia/ Mas algum dia eu volto pra lá”. (Per morire di allegria/ nella festa della strada, nella roda del samba/ nella notte di luna, nel canto del mare/ vengo da Bahia/ ma ci tornerò/ vengo da Bahia ma un giorno tornerò).

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