Abbey Road, la strada della musica

Hanno inciso anche, tra gli altri, Queen, U2, Radiohead, Police, ma qui ha visto la sua nascita anche la colonna sonora della trilogia di Guerre Stellari e più di un lavoro del maestro Ennio Morricone. E poi ci sarebbe quell’album, di quel gruppo di Liverpool praticamente sconosciuto ai più. Ah, sì: “Abbey road” dei Beatles. Dal 1969, anno di uscita di quello che può essere considerato l’ultimo album in studio della band, gli studi di registrazione di proprietà della casa discografica Emi sono di fatto diventati un tutt’uno col nome degli “scarafaggi” di Liverpool.  E dire che il disco nacque per caso, a pochi mesi dal concerto tenutosi sul tetto dello stesso studio. In realtà la band stava lavorando alla realizzazione di un altro disco, chiamato “Get back”. Dati i problemi societari della Apple, la loro società, e personali, come ad esempio l’abuso di eroina da parte di John Lennon, si decise di registrare un numero sufficiente di canzoni a coprire un lato del disco entro il mese di giugno del ’69, termine che lo stesso Lennon aveva richiesto per proseguire con la campagna pacifista intrapresa con la moglie Yoko Ono.

Il piano non riuscì e prima dell’estate vennero registrati solo 3 brani. A complicare le cose, i difficili rapporti tra i musicisti e il fatto che quasi mai registrassero insieme. Nonostante l’avventura travagliata, “Abbey Road” resta uno dei dischi fondamentali, che vede una struttura assolutamente inedita per il gruppo e che servirà da apripista per gran parte degli album del decennio successivo: dopo l’indicazione del produttore George Martin a “pensare in maniera sinfonica”, il lato B di “Abbey Road” è un lunghissimo medley di otto brani senza pausa, a cui fa seguito la ghost track “Her Majesty”. Il lato A è invece ospita alcuni dei brani più famosi del quartetto, a partire da “Come Together”, un cavallo di battaglia di Lennon anche nella sua carriera solista, fino a “Here comes the sun” e “Something” i pezzi più famosi firmati da George Harrison e “Octopus Garden”, nato da un’idea di Ringo Starr dopo una vacanza in Sardegna.

Che questo sarebbe stato l’ultimo album dei Beatles lo sapevano solo i componenti della band e pochi collaboratori. E quasi nessuno immaginava che la fotografia di copertina, scattata da Ian McMillan l’8 agosto di quell’anno sarebbe diventata un cult e un mistero. Il mistero è quello che vede proprio in quella immagine una serie di prove della morte di McCartney. Come il fatto che lui fosse l’unico ad attraversare scalzo (si giustificò dicendo che aveva le scarpe, ma per colpa del caldo decise di toglierle all’ultimo momento. Ma l’asfalto non era dunque caldo?), oppure che la targa del maggiolino indichi 28, l’età che avrebbe avuto il “vero” Paul al momento della registrazione del disco. L’aura di mistero non ha fatto che aumentarne il fascino, tanto che è stata ripresa da band come Red Hot Chili Peppers in “The Abbey Road EP”, con la differenza che i quattro rocker attraversano coperti solo da uno strategico calzino. Niente a che vedere con l’eleganza british dei baronetti. Vivi, o morti.  

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  Puntate precedenti:
 1 – Neverland, la casa giocattolo di Jacko

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