Secondo uno studio di una delle agenzie delle Nazioni Unite, la Nuova Zelanda è il Paese dove l’indice di vivibilità è il più alto in assoluto. Mai creduto a simili classifiche, troppo arbitrarie nonostante i parametri presi in considerazioni possano essere moltissimi. Non si può certo dire che il tenore di vita di un disoccupato neozelandese la cui casa è stata pignorata sia migliore di quello di un ricco finanziere californiano che fa surf almeno un paio di ore al giorno a La Jolla. Queste classifiche, tuttavia, non sono fatte considerando gli estremi. La qualità della vita di un benestante che ha a disposizione parecchio tempo libero è altissima in qualsiasi parte del mondo si trovi. Naturalmente vale anche il contrario: un disoccupato è senza lavoro indistintamente da dove si trovi. Se si prende quindi in considerazione la qualità della vita media di una persona che ha i suoi problemi, il suo lavoro, la sua famiglia e qualche volta la sua serenità, effettivamente trovarsi in Nuova Zelanda aiuta. Capisco, infatti, i risultati dello studio delle Nazioni Unite. Qui le città sono fatte a misura d’uomo: i trasporti pubblici funzionano, ognuna ha il suo giardino, nessuno sporca per strada, si sta attenti a riciclare qualsiasi cosa (gli scarti del cibo hanno un sacchetto apposito che finirà nel mangiare dei maiali della zona), non c’è il nucleare, l’ambiente è una cosa molto seria, così come la forma fisica e la cultura. È data la possibilità a tutti di frequentare l’università e si viaggia, ovunque, in giro per il mondo. Questo Paese, infatti, è troppo piccolo e lontano e chi ci cresce ad un certo punto sente la necessità di conoscere cosa sta al di fuori. Tutti, o quasi, però ad un certo punto ritornano.
La libertà, come ho già avuto modo di scrivere, si percepisce nell’aria. Ci sono tante regole, è vero, ma nessuno le sente come un’imposizione. Si ricicla, ad esempio, perché è giusto, anche se perdi qualche minuto, perché l’ambiente è la cosa più importante che hanno…e lo rispettano. La società non è percepita come una cosa astratta, ma come una cosa reale: ogni neozelandese sa di essere lui la società, quindi è il primo a non infrangere le regole di vivere comune che fanno di questo posto un posto speciale.
Ma nessuno è perfetto e da europeo, forse un po’ snob, devo aggiungere che se avessero un po’ di gusto del Vecchio Continente, sarebbe veramente una società imbattibile. Gusto nell’architettura, nel vestire, nel comportarsi (sono gentilissimi e ti aiutano sempre, ma hanno dei modi di fare alle volte un po’ troppo alla mano) e nel scegliersi le macchine. Per la maggior parte vanno le giapponesi e più sono elaborate meglio è.
Diversi europei con cui ho parlato e che hanno trascorso o stanno trascorrendo alcuni mesi se non un anno in Nuova Zelanda, hanno detto che la cosa che più ammirano è la flessibilità del lavoro. Si tratta di vera flessibilità. Qui si può lavorare 1 mese al supermercato, guadagnare un po’ di soldi e dedicarsi il mese successivo ad andare in surf o farsi un piccolo viaggetto. Quando i contanti sono terminati, si trova un altro lavoro, magari in una tenuta agricola e si riparte da capo. I neozelandesi lo fanno finché studiano o finché non sentono la necessità di trovare qualcosa di più stabile, come comprarsi una casa. Non è però detto che non sentano il bisogno di prendere un po’ tempo per se stessi e tornare alla flessibilità. Quantomeno la scelta ce l’hanno. I ragazzi europei dopo un anno devono tornare e in qualche misura si sentono spaesati perché non c’è questa mentalità più “libera”.