Testo di Leonardo Niglia
IMPERIA – Sono gioielli, gioielli dai nomi esotici, preziosi ornamenti che non si esibiscono nelle serate di gala o nei ricevimenti, ma che esprimono tutto il loro splendore mentre scorrono veloci sull’acqua, con il vento che gonfia loro le vele, come lenzuola stese ad asciugare. Sono barche. Alcune di queste vengono da molto lontano e i legni tirati a lucido raccontano storie di gloria e oblio, di naufragi e ritorni alla vita. Gli skipper, mentre ti raccontano la loro storia, accarezzano i legni e gli ottoni e te ne parlano come di un vecchio amico. “Mi ha semplicemente cambiato la vita – ammette Jason Gouldstone, lo skipper di Marigold, la barca più vecchia della regata, classe 1892 – Da quando l’ho presa nel 1992 e ho seguito personalmente il suo restauro”. Un restauro talmente fedele che per quanto possibile sono stati usati gli stessi materiali e le stesse tecniche del XIX secolo, come se il tempo non fosse passato. “Siamo nove uomini di equipaggio, sette dormono a bordo, senza luce elettrica. Abbiamo un piccolo motore per le emergenze, ma qui è tutto come un tempo, piccolo e genuino”.
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Stessa aria antica si respira a bordo della Javelin, ketch del 1897 e del Bona Fide, classe 1899. Entrambi hanno conosciuto un passato glorioso di regate e vittorie e lunghi periodi di oblio, il primo nel porto di Soto Grande a Gibilterra e il secondo abbandonato per oltre trent’anni sulle rive del lago di Como. “Queste barche hanno un’anima – dicono però gli skipper – e prima poi urla per essere ascoltata e riportata a galla”. Lo sa bene Ernesto Paesani, skipper dell’Aurora (classe 1924) dal 1979 e assiduo frequentatore delle “Vele”. Dal 1987 non si è perso una regata. Nata da un disegno di Colin Archer la barca fu adibita inizialmente a imbarcazione di salvataggio. Fece naufragio su una scogliera del Mare del Nord in una notte di tempesta e abbandonata fino a quando un appassionato non se ne innamorò e la restaurò. Un medico italiano la portò in Italia, a Le Grazie, in Liguria, dove, per cause burocratiche visse un secondo, lungo periodo di oblio e abbandono, affondando piano piano nelle acque della baia. Affondò fino a quando un uomo, Ernesto Paesani, non la vide e se innamorò di nuovo e per sempre, riportandola alla luce e all’acqua del mare a cui appartenevano entrambi.
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