Melaka, la città dei due mondi

Questo miracolo è la Jalan Tokong, nel centro storico, nota anche come “strada dell’armonia”, dove a pochi metri di distanza si trovano una moschea, un tempio indù e uno taoista. Non si contano infatti le volte in cui la città è passata di mano o ha subito influenze dalla fondazione ad opera del principe Parameswara nel 1402. Dagli arabi ai portoghesi di Afonso d’Albuquerque e Lopez de Sequiera all’inizio del 1500, agli olandesi un secolo dopo, agli inglesi nell’800. In cima alla collina che domina la città si trovano ancora i resti della fortezza portoghese, il casus belli che avviò la prima conquista europea. Il permesso di costruire un forte per proteggere i commerci di Lisbona fu infatti negato dal sultano ai primi commercianti giunti da occidente e a quel punto de Sequiera giudicò la guerra inevitabile. I resti della fortezza, poi costruita e nota come A Famosa, si possono ancora ammirare in cima alla collina. Così come la chiesa di St. Paul, ex chiesa portoghese, poi passata agli inglesi che la usarono come polveriera. Oggi l’edificio è in rovina, ma rimane in una splendida posizione panoramica, dalla quale si domina tutta la città fino al mare.

Ai piedi della collina, l’eredità olandese emerge prepotente anche nei colori usati per restaurare gli edifici. Nella Town Square, il rosso domina la scena e copre le facciate dello Stadthuys, municipio e sede del governo dello Stato di Melaka e della Christchurch. Oggi gli ultimi ritagli dell’era portoghese restano in una curiosa lingua creola, il kristang, misto di lusitano e malese, parlato ancora da una parte della popolazione. E poi ci sono i baba-nyonya, noti anche come nonya o peranakan: i discendenti dei cinesi immigrati negli insediamenti dello Stretto e che si mescolarono ai residenti malesi. Per non parlare dei cinesi giunti in epoche più recenti e che hanno dato vita a una coloratissima Chinatown, che la sera si anima con i mercati notturni. E infine la parte indiana: Little India e il villaggio (Kampung) dei chitty, ovvero gli indiani immigrati in antichità e anch’essi, come i cinesi, annegati nella cultura locale tramite matrimoni misti.

Melaka, città a misura di escursioni a piedi, può anche essere vista dall’acqua tramite gite in barca sul fiume verso l’interno. Se invece si vuole uscire più decisamente dalle mura, la meta migliore nelle vicinanze è l’isola di Pulau Besar. Per raggiungerla si può prendere un autobus dalla stazione Gran Sentral, o un taxi, fino a Umbai, una quindicina di chilometri a sud, seguendo la costa. Qui si raggiunge il molo di Anjung Batu e con una breve traversata si può arrivare in un angolo di paradiso. Pulau Besar presenta un profilo collinare ricoperto di foreste, mentre tutta l’isola è orlata di bianche spiagge. I musulmani locali lo considerano un luogo sacro, sebbene l’accesso sia consentito a tutti.

La nostra scelta:

Dormire
Alberghi a cinque stelle, resort stile bungalow nella giungla o anonimi e grigi hotel cinesi. Le alternative in città non mancano di certo e il vantaggio è che se da qualche parte è pieno, si può sempre girare a piedi per cercare qualcos’altro. Ma la prima puntata deve essere obbligatoriamente la bianca guesthouse Heeren House, ricavata da un antico magazzino. Una perla coloniale situata fra il fiume e Chinatown.

Mangiare
Perché non uscire tre chilometri fuori città e gustare la cucina eurasiatica a Medan Portugis? Qui si potrà restare stupiti di sentire parlare in portoghese e si può sempre passare la serata ad ammirare un tramonto sul mare. Cucina a base di pesce e crostacei con salsa rossa molto piccante. Da provare assolutamente anche la cucina baba-nyonya.

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