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“Continuo a girare il mondo, ma il luogo che più mi è rimasto nel cuore è l’Isola di Pasqua. Non solo per le sue grandi statue, i Moai, che sono un migliaio e rappresentano i monumenti che più caratterizzano l’isola, ma soprattutto perchè è lontana da tutto e da tutti e la sua storia riassume il disperato sforzo che gli esseri umani sono capaci di compiere quando si tratta di sopravvivere. Quando le avversità sono divenute estreme, secondo molti studiosi i suoi abitanti sono persino divenuti cannibali. Ma soprattutto, la storia dell’Isola di Pasqua ci ricorda i tragici eventi che possono scatenarsi quando l’uomo non rispetta la natura, ed è qualcosa che può essere di insegnamento per tutti noi, anche se viviamo dall’altra parte del pianeta e in una epoca totalmente diversa. Il momento più emozionante del viaggio a Rapa Nui, il nome indigeno dell’isola, è stato proprio quello dell’arrivo. Dopo ore e ore di volo sull’oceano siamo finalmente atterrati, ed è stato impressionante realizzare di non essere giunti su un continente, o vicino a un continente, ma su un fazzoletto di terra veramente sperduto. Detto questo, una meta che consiglio ai viaggiatori è proprio l’Italia. Sembra banale dirlo, ma è la prima destinazione assolutamente da non perdere a cui penso. Ho viaggiato in tutto il mondo,
eppure fra tutti i luoghi che ho visto l’Italia è il più ricco in assoluto per la sua storia, la sua arte e la sua cultura. Uscendo dai nostri confini un’altro luogo da non perdere, perchè per così dire vi si ‘respira l’uomo’, è a mio avviso la Provenza. E poi l’Egitto, per la straordinaria civiltà che ha saputo esprimere.
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Come forse si intuisce dalle mie trasmissioni, trovo particolarmente affascinanti i luoghi perduti e poi ritrovati, come la città di Petra, in Giordania, con i suoi edifici silenziosi nascosti in uno straordinario canyon nel deserto. E volendo andare più lontano, un’altra città dimenticata e riscoperta che è bello visitare è Angkor, l’antica capitale dell’impero Khmer, nell’attuale Cambogia. Infine, varrebbe sicuramente la pena di vedere l’Antartide. Si tratta però di un luogo davvero difficile da raggiungere, sia per la distanza che per le sue condizioni estreme. Tra i tanti viaggi fatti, ho avuto esperienze molto particolare con i cibi. Quelli più strani da mangiare avrebbero potuto essere gli insetti, se non fosse che li ho sempre rifiutati anche se mi sono stati più volte offerti. Direi allora che il cibo più strano che ho mangiato è stato il miele selvatico che ho raccolto insieme ai boscimani, nel Kalahari, in Africa meridionale. Sono stati loro a indicarmi l’alveare nascosto su un albero e a raccogliere il miele. Era davvero buonissimo. Ricordo ancora la risata di uno dei miei accompagnatori boscimani quando mi è caduta una goccia di miele sulla camicia, e il gesto con cui ha accennato a pulire la goccia. Un gesto estremamente consueto e familiare che di colpo ha cancellato la distanza di una lingua difficilissima, l’unica al mondo a contenere ancora degli impronunciabili e antichissimi suoni a schiocco, e ha annullato anche le grandissime differenze fra i nostri rispettivi stili di vita. Uno di quei gesti insomma, che stabiliscono una intesa istantanea facendoci sentire solo e semplicemente umani”.
Foto di apertura: Maurizio D’Avanzo
Intervista raccolta da Sonia Anselmo