Seguono tre parti dedicate rispettivamente alle tipologie architettoniche che il maestro realizzò (ville, edifici pubblici e palazzi, architettura religiosa), e una finale in cui, riferendosi ai progetti realizzati e a quelli contenuti nei palladiani “Quattro libri dell’architettura”, Ackerman spiega i principi architettonici del maestro. Quegli stessi principi che resero Palladio famoso, richiesto, immediatamente riconoscibile e presto imitato. Anche se mai eguagliato. Indubbiamente influenzato dallo stile del Bramante, dall’ordine rustico di Giulio Romano, da quello gigante di Michelangelo, forte dello studio di Vitruvio e intriso di suggestioni padane e lagunari, Palladio seppe creare uno stile nuovo allo stesso tempo antico, funzionale, ma anche armonioso. In una parola sola: originale (“il fatto di risiedere a Venezia non lo rese più veneziano; fu invece Venezia a diventare più palladiana”).
L’acclamato architetto di Villa Barbaro (Maser), della Rotonda (Vicenza) e della serenissima chiesa di San Giorgio Maggiore ebbe anche lui una croce e delizia: il Palazzo della Ragione (o Basilica) di Vicenza, il cui ampliamento e consolidamento gli procurarono sì un successo improvviso e una pioggia di commissioni di palazzi, ma anche grattacapi e lungaggini che si protrassero ben oltre l’anno della morte del maestro. La frase: “L’armonia di Palladio fu soltanto un geniale prodotto dell’Umanesimo, che un architetto di grande sensibilità seppe usare con incomparabile efficacia; per il fatto di essere stata accettata da tante generazioni successive, quest’armonia ha assunto nella pratica dell’architettura un ruolo che appare ormai insostituibile”.
Paola Biribanti