Quando Daverio frequentava assiduamente Capalbio non era ancora famoso, ma “era solo un giovane, promettente gallerista”, “non era bellissimo neanche allora, ma affascinante sì”. Più la gente “in” affollava Capalbio per trascorrere le calde giornate d’estate senza fare niente di speciale, se non passare di sagra in sagra o raggiungere in auto l’arenile di Macchiatonda, prima, e de “L’Ultima Spiaggia” poi, più le riviste di gossip insistevano nel tratteggiare l’école capalbienne come un ritrovo di danarosi intellettuali di sinistra che tre mesi all’anno giocavano a fare gli alternativi. E più i giornalisti, costretti alla canicola di redazioni metropolitane, elencavano, acidi, le celebrità della gauche capalbiese, favoleggiando di “barche fighette” attraccate a Capalbio, più le due spiagge venivano prese d’assalto da “famigliole festanti alla ricerca di autografi”.
Con “L’era del cinghiale rosso” Giovanna Nuvoletti analizza la bolla mediatica costruita su Capalbio dal momento in cui si è formata fino al suo progressivo sgonfiarsi. Lontani ormai i giorni dell’atmosfera informale, “salsicciosa”, rustica degli anni Settanta, quando ci si entusiasmava per la battaglia a colpi di bucce d’anguria tra Giacomo Marramao e Alberto Asor Rosa, e subentrate le varie Victoria Cabello e Francesca Nocerino ai mitici Eugenio Scalfari e Claudio Petruccioli, l’unica costante rimasta a Capalbio è, sullo sfondo, la mole minacciosa della Centrale Enel di Montalto.
Il libro è strutturato come un romanzo, la cui protagonista e voce narrante è Libera, una giovane e ricca milanese che s’innamora del luogo nel 1977, quando lo intravede dal finestrino della Mercedes del fidanzato della madre, mentre sfreccia verso Port’Ercole. Libera e alcuni altri comprimari sono gli unici personaggi inventati della storia. Una storia di cui il vero protagonista è Capalbio nel suo momento di massima popolarità, quando, nonostante le etichette, era popolato da “vecchi e giovani, intellettuali e ruspanti, destri, sinistri e nienti, tutti uniti da complicità e fraterna amicizia”.
Paola Biribanti