David Bowie e Berlino, un legame profondo ed eterno

E’ un tour di emozioni, musica, passioni. Un viaggio nel tempo e nello spazio che segna profondamente l’anima. Se poi si è pure fan, le sensazioni sono uniche. David Bowie e Berlino, un legame solido, profondo, che va al di là dell’esistenza, anzi, che si è quasi rinforzato.

Tre anni trascorsi qui che sembrano lontani, persi nella memoria: dal 1976 al 1979, quando l’artista ci abitò, Berlino era un’altra città. C’era il Muro, la Cortina di Ferro, l’Est e l’Ovest, un’atmosfera cupa, con la città tagliata in due e i fantasmi del passato nazista, eppure piena di fermento artistico e che influenzò in modo indelebile il Duca Bianco.

Nel 2002, in un’intervista, Bowie si disse ancora molto legato a Berlino, che lo aveva reso prigioniero di un incantesimo che gli permise di esprimersi come avrebbe voluto. Ci arrivò nel 1976, dopo un periodo passato negli Stati Uniti, per uscire dalla dipendenza della cocaina, insieme al suo amico Iggy Pop. Ci rimase tre anni e tre album, “Heroes”, “Low” e “Lodger”, secondo l’autore quello che rispecchia di più l’avventura berlinese.

Bowie ha ricordato spesso che in quei anni andava a mangiare in alcuni ristoranti vicino al lago Wannsee, che girava per la città con una vecchia auto che gli regalò la fidanzata di allora, Coco, che uscivano spesso di notte per andare in locali e discoteche, che adorava visitare il museo d’arte contemporanea Die Brücke e che grazie alle opere di quegli artisti iniziò a dipingere, che passava da Checkpoint Charlie grazie al suo passaporto inglese
per andare a vedere il museo Pergamon, che i primi tempi visse nello stesso appartamento con Pop che puntualmente gli svuotava il frigorifero e lui doveva andare a fare la spesa nel vicino KaDeWe.

Dopo che Iggy si trasferì, Bowie continuò a vivere al 155 di Hauptstraße, nel quartiere di Schöneberg: il tour sulle sue orme conduce davanti a questo portone, quasi anonimo, se non fosse che c’è una targa dedicata all’artista, posta dal sindaco, con tanto di rosa essiccata messa lì probabilmente da qualche fan. Il giorno
della sua morte, il 10 gennaio del 2016, il portone si riempì di mazzi di fiori in suo ricordo e onore, a testimonianza dell’affetto dei berlinesi per il “loro” Bowie. Poco oltre, il Cafè Neues Ufer, con le sue vetrate, si chiamava Anderes Ufer ed era uno dei primi locali gay di Berlino, e qui venivano spesso David e Iggy a bere il caffè.

Oggi è attorniato da negozi e ristoranti turchi, in quello che è un quartiere sempre di tendenza e bohemien, dove nacque anche Marlene Dietrich e che è raggiungibile facilmente con i mezzi pubblici, comodissimi anche grazie alla Berlin Welcome Card. Già a fine anni Settanta a Schöneberg c’era una comunità turca, tanto che l’artista ne fu ispirato nello scrivere “Yassasin”.

Ma il brano più emblematico dell’epoca berlinese è forse “Heroes”, con quell’accenno al Muro: “I can remember Standing by the wall And the guns, shot above our heads And we kissed, as though nothing could fall And the shame, was on the other side Oh, we can beat them, forever and ever Then we could be heroes just for one day”.
Inevitabile, per continuare con sulle orme di Bowie, una visita agli Hansa Studio, i mitici studi di registrazione che hanno visto passare tutto il Gotha del rock.

Entrare qui è già un’emozione forte: su queste assi di legno hanno camminato i Depeche Mode, gli U2, Iggy Pop, Nick Cave, David Byrne, i REM e tantissimi altri. Inevitabile chiedersi dove si siano seduti magari bevendo un caffè, o mangiando un toast al prosciutto e ananas come faceva il giovane Andy Fletcher, che scappava appena poteva dalla sua band per andare al ristorante vicino al palazzo a prendere il suo panino preferito, tanto da venire soprannominato dagli altri Depeche “Hawaian Toast”, oppure cosa suonasse Alan Wilder nelle sue lunghe session al pianoforte classico al centro della Meistersaal, la sala grande dai lampadari imponenti e le tende di velluto rosso scuro.

Inevitabile sentire aleggiare la presenza suprema e deliziosa della creatività, dell’arte e del mito di David Bowie. Già all’entrata degli Hansa Studio, sembra fare gli onori di casa con un grande ologramma che riproduce tre foto celebri, scattate però negli anni Novanta e non durante il periodo tedesco. Bowie e Berlino, un legame che è continuato anche dopo la trilogia incisa qui. Anzi, appena possibile tra una data e l’altra, nei giorni di pausa dei tour in Germania, il Duca Bianco tornava agli Hansa Studio a trovare gli amici.

Köthener Str. è una strada piena di palazzi, dietro l’angolo Potsdamerplatz con i suoi grattacieli e i centri commerciali, all’incrocio Stresemann Strasse è una larga via con bar, edifici di uffici e con gli autobus che la solcano rapidi. Un tempo no. Quando Bowie registrava negli studi, il palazzo era l’unico, quasi una cattedrale nel deserto, da una parte qualche giardino, dall’altra lo spazio sgombro, grigio con qualche punta di verde dei prati, e poi il Muro, possente, grigio, con una torretta di guardia e la svettante torre della televisione, vedibile da tutta la città.

Passano gli anni, siamo nei primi anni Ottanta, a registrare negli studio ci sono i Depeche Mode, qualche palazzo intorno è stato costruito, i giovanissimi Martin Gore, Andy Flecher e Alan Wilder posano davanti all’insegna della Stresemann, dietro il Muro. Ancora qualche anno, inizi anni Novanta, il Muro è crollato da poco, sulla via
è stata costruita una linea di metropolitana sopraelevata, i palazzi sono aumentati, negli studi è la volta degli U2. Oggi, nuovo cambio, le luci commerciali di Potsdamer Platz sono a pochi passi, del Muro resta solo una traccia di pietre che corre lungo il marciapiede.

Gli Hansa Studio sono sempre lì, in questo palazzetto costruito per volere dell’etichetta musicale Ariola, dove si ospitavano le registrazioni dell’orchestra filarmonica, mentre ora sono più che all’avanguardia, soprattutto la sala 1 all’ultimo piano, con tecnologie avanzate.

Quando poi si entra e si arriva alla Meistersaal, il grande salone con il pavimento in legno, l’acustica incredibile, il piccolo palco, le finestre ai lati, l’emozione cresce. Se le pareti potessero parlare lo farebbero in note. “Heroes”, “Stripped”, “One” e centinaia di altre sembrano risuonare. Qui gli U2 hanno dato vita all’album “Achtung Baby”, ispirato a Berlino anch’esso: “One” nacque quasi per gioco da alcune note di “Mysterious way” trasformate in quella magica ballata, nella prima versione del video si vede proprio la sala degli Hansa Studio, la sopraelevata che correva dove c’era il Muro, le Trabant simbolo dell’Est.

Qui i Depeche Mode incisero quattro album, tra cui “Black Celebration”, posarono per una celebre foto sulle scale del palazzo, girarono a Berlino i clip relativi a “Everything Counts”, “People are People”, e “Stripped”. Vedendo queste immagini ci si può fare un’idea della Berlino delle ultime decadi, fino ad oggi con il clip di “Lettera dal Duca” dei Decibel, girato in vari luoghi emblematici della città e soprattutto nella Meistersaal, scelta obbligata visto che il brano è proprio ispirato a Bowie.

Tornado a lui, l’emozione continua visitando, a pochi metri dalla sala, il locale relax dei musicisti con angolo bar: negli anni Settanta, al contrario della grande sala dove la luce del giorno non filtrava, aveva una finestra che permetteva di guardare fuori, verso il Muro, verso la torretta delle guardie della Stasi con il fucile spianato. Si racconta che il produttore Tony Visconti amava prendere in giro i soldati, scherzare con i gesti e alzare il volume della musica per farla ascoltare al di là: in quei momenti Bowie si nascondeva per timore di rappresaglie da parte dei severi guardiani dell’Est. La leggenda vuole che proprio da questa finestra David vide due innamorati baciarsi a pochi metri dal Muro, incuranti dei fucili e delle guardie: ecco i due eroi per un giorno della canzone.

Gli Hansa Studio sono visitabili con i tour di Berlin Music Tours (www.musictours-berlin.de), che oltre agli studi, offre visite guidate, in inglese e tedesco, nei luoghi legati a Bowie e ai Depeche Mode.

Un altro dei luoghi cult di Berlino legati a Bowie è la Porta di Brandenburgo: vicino al Reichstag nel 1987 tenne un concerto dello Spider Tour, a portata d’orecchie dei giovani dell’ex Germania Est, che si radunarono sotto il Muro. L’anno dopo, nello stesso spazio, Michael Jackson replicò la scena con gli autoparlanti girati a favore del popolo dell’est, che gridava “freedom”, ma la polizia della DDR arrivò con i manganelli. Servì a poco. Il vento stava cambiando anche grazie al rock, il Muro stava per crollare e Berlino non sarebbe più stata divisa come negli anni del soggiorno di Bowie.

Info: www.visitberlin.de, www.germany.travel
Si ringrazia www.visitberlin.de

Foto di Sonia Anselmo, la foto dei Decibel è di Riccardo Ambrosio

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