Da Utopia di Tommaso Moro alla Città del Sole di Tommaso Campanella, da Urbino a Palmanova, da Chandigarh a Dhaka, da Dodoma a Brasilia, nella storia dell’umanità si è teorizzato a più riprese il concetto di città perfetta. Di volta in volta seguendo ragionamenti diversi. Se infatti nei secoli passati il problema da risolvere non era quello della circolazione, erano al contrario le esigenze difensive e militari a ispirare la pianta di un insediamento esemplare. Altre volte invece hanno prevalso le ideologie politiche, così che le teorie socialiste ad esempio sono arrivate a disegnare un modello di vita fin nei nuclei urbani. Ma il topos di città ideale, Brasilia compresa, nella storia è stato un successo o un fallimento? Giriamo la questione a Federico Oliva, architetto e presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica.
Professor Oliva, si può dire che Brasilia abbia funzionato?
No, secondo me non ha funzionato, pur nella sua meraviglia. La città è di sicuro affascinante nell’insieme del suo disegno e anche nelle singole parti, come edifici e piazze spettacolari. Questo aspetto di Brasilia è il manifesto dell’architettura moderna, creato in pieno razionalismo urbanistico. I piani sono degli anni Cinquanta e per il Sud America e il Brasile queste allora erano ancora idee nuove. Le Corbusier aveva, è vero, già lavorato a San Paolo, ma in generale qui il movimento moderno è arrivato tardi rispetto all’Europa. Così Costa, Burle Marx e Niemeyer (quest’ultimo seguace di Le Corbusier) progettarono questa grande città con un obiettivo strategico: spostare la capitale all’interno di uno Stato che, tranne Manaus, era tutto abitato sulla costa. Il progetto aveva sicuramente un significato per lo sviluppo del Paese, ma l’impressione è che l’operazione non abbia funzionato e che lo Stato brasiliano non si sia mai veramente trasferito a Brasilia; quando arriva il venerdì si assiste infatti a un esodo dalla città. Come tutti i modelli artificiali, insomma, anche questo sembra che faccia fatica ad attecchire. Le città sono molto simili a un organismo biologico e rispondono a varie fasi: dalla crescita, allo sviluppo, a volte al declino. Un modello imposto non funziona.
Ma l’idea di città ideale è ancora attuale o si deve considerare superata?
Come dicevo, non si può costruire da una tabula rasa. Alcune città di questo genere tuttavia nella storia hanno funzionato, ma parliamo delle città di colonia, come quelle spagnole in Messico, nate da zero e dove i conquistatori trasferivano la gente dall’Europa. E comunque non stiamo parlando della nostra epoca. Altre città, come Palmanova, figlia del Rinascimento italiano, aveva un senso perché, con la sua pianta a stella, fu pensata come una fortezza. Poi ci sono città moderne sviluppatesi improvvisamente su nuclei precedentemente modesti, grazie a un’improvvisa ricchezza, come Dubai, negli Emirati Arabi Uniti o Astana, la nuova capitale del Kazakistan. Ma noi europei facciamo fatica a capire questi modelli perché veniamo da una cultura per cui le città sono nate in altro modo. Diverso è il caso di New York, che sembra avere uno sviluppo improvviso all’inizio del Novecento, ma che in realtà cresce in senso moderno sul piano a scacchiera (parliamo di Manhattan almeno) concepito già nella prima metà del secolo precedente. Quindi in questo caso c’è stata una maggiore sedimentazione di esperienze urbanistiche.
Fra il Rinascimento, epoca in cui ci avevano provato in tanti a teorizzarle e il XX Secolo, ci sono stati altri esempi di città ideale?
Sì, si è tentata la costruzione di città ideali anche in altre epoche, ma è sempre stato un tentativo legato alla piccola dimensione e alla natura del potere che queste dovevano rappresentare. Del resto, ogni volta che si modifica in modo sostanziale una città lo si fa con finalità ideali. Ad esempio, nell’Illuminismo, Berlino fiorì come città ideale e Federico I progettò l’ampliamento dell’allora piccolo borgo con elementi che vediamo anche oggi, come il viale Unter den Linden. Anche la Parigi di Haussmann subì una trasformazione per ragioni di razionalità. Come è noto, il barone sventrò i vicoli per aprire i boulevards e trasformò una città medievale in una moderna. E non lo fece, come si legge spesso, per ragioni di sicurezza e per favorire il controllo militare delle insurrezioni, ma proprio per modernizzare una città che voleva essere pronta alle sfide della rivoluzione industriale. Poi c’è il caso di San Pietroburgo, altro insediamento sorto da zero come Brasilia, e che con il barocco voleva celebrare i fasti del regno russo dell’epoca. Quindi, in quello che sembra un buco temporale, ci furono in realtà altri esempi, ma nati, tranne appunto San Pietroburgo, su città preesistenti.
Intervista raccolta da Luca Verduci