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La vita, però, non si ferma. All’interno degli edifici si apre un mondo che ai più è sconosciuto. Alla conceria più importante di Fes, la Showara, aperta a ogni ora, si accede anche di notte attraverso una porticina sottile e scrostata, senza insegne o fronzolo alcuno. Nel locale commerciale si viene pervasi dall’odore delle pelli di daino, capra e dromedario, il piacere della vista si appaga per l’arcobaleno di cento colori sgargianti; ma è solo salendo al piano superiore che lo stupore si accompagnerà a un incredulo sorriso. In lontananza si stagliano i tetti della Medina, risplendenti di giallo dorato, più vicino e qualche metro più in basso riposano le pozze traboccanti di tinte; un esteso tappeto di colori vivi e lucenti immerso nell’oscurità della notte d’oriente sembra un guizzo affiorato sulla tela di un distratto pittore. Poco più a lato, con calma, un uomo appoggiato ad un pozzo approfitta della pace per lavarsi via le fatiche quotidiane mentre un altro scruta il cielo con assorto sospiro. Le sorprese non si fermano qui; ciò che più sprigiona fascino è il poter vivere a stretto contatto con la quotidiana realtà di persone così semplici e genuine. È così che Yousef, rinominato Peppe, si carica in spalla i due grandi djembé (su cui aveva suonato, fino a pochi minuti prima, attendendomi in mezzo a una ripida strada di granito) protetti dalla loro sacca di stoffa e mi porta con sé fino a un modesto e quasi invisibile portoncino, all’interno del quale si passa a stento in ginocchio; al di là dell’entrata una rampa di scomode scale conduce a una tenda da bagno che cela una stanza di circa sei metri quadrati, le cui tiepide pareti biancastre decorate di fantasie simili a coriandoli e brillantini contrastano con la vivida eccitazione e la baldoria allegra che anima quest’oasi insonne.
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Conosco alcuni suoi amici che erano già intenti a suonare e cantare arabe melodie, chitarre, ancora djembé e bougarabou; in mezzo, un basso tavolino è riempito da candele e bicchieri colmi di bollente tè marocchino. La notte passa al ritmo dei tamburi, solleticati da sapiente maestria, cercando di imparare se non le parole impossibili, almeno la melodia di quei canti che, uniti alla deliziosa cornice in cui ne venni a conoscenza e al misticismo derivante da quel mondo fino ad allora sconosciuto, suscitarono un’emozione e dei sentimenti che ad oggi ancora rivivo con estrema felicità. Fumando dalla tipica pipa di ceramica, godo di un’ospitalità che credevo impossibile conoscere, piena di gesti cortesi e sorrisi gentili che a stento potevo pensare appartenessero a quella cultura di cui con tanto pregiudizio si parla facilmente e negativamente nella nostra occidentalizzata realtà. Ero incredulo di fronte alla perfezione. Nascono brividi continui e potenti nella notte di Fes, con le sue luci appena accennate, la corte dei miracoli che esce allo scoperto al calar della sera ed un ritorno a casa in una Medina vuota – non fosse per un paio di romatis insonni – dove si viene assorbiti dalle bancarelle vuote e colme di sporco, dai gatti cittadini che aspettano le ore piccole per arrabattarsi i rifiuti distrattamente lasciati rotolare giù lungo la strada durante il mercato mattutino, dalla meraviglia delle strutture così romanticamente decadenti che ora, senza nessuno a spiarle si confidano a te. Ti rendi allora conto che questo è un mondo segreto, non accessibile a chi vive di emozioni già scoperte o a chi non ha fame di avventura. Purtroppo le parole non esprimono la magia, possono solo lontanamente descriverla.
Alberto Maria Forte