L’Aurelia vista da una Moskvich

Con la testa viaggio veramente tanto. Beh, mi vergogno un po’ ma io sono uno di quelli che non si deve liberare di catene per viaggiare con la mente, casomai ho il problema di incollarmi a terra un minimo, per impedire che “i miei sogni escano dal soffitto” (Paul Weller, 1981). E con loro io.
Ma ogni tanto viaggio pure fisicamente, nel senso che vado a occupare nello spazio e nel tempo segmenti altri. Altrui, direi. E nel frattempo faccio cose.

C’è un viaggio che mi piace ricordare, avvenuto 22 anni fa (ventidue???? Oh, mio Dio!). C’era questo mio amico, Tornado Johnson (il nome non è mica posticcio, naaaaaaaaa!) col quale condividevo il microfono di una radio romana. Lui aveva bisogno di una macchina, buffo perché ne avevo bisogno anche io (è un ritornello costante nella mia vita il bisogno di una macchina, anche perché pagandole nulla e guidandole spericolatamente tendono a morire anzitempo) e dunque, in compagnia del fido Ugo, il cane entusiasta che in totale amicizia ti sbavava il collo e la t-shirt ogni qualvolta occupavi il posto accanto a quello di guida, ci recammo vicino al lago di Bolsena per far visita a un ‘arancione’ (si, insomma, ci siamo capiti, una cosa a metà strada tra un seguace del buddismo nam yo renghe ok yo o come diavolo si scrive ed un vero hare krishna krishna hare hare, citazione d’obbligo dal musical Hair).

Voi forse siete tra quelli che credono che comperare un’auto non sia una esperienza di particolare interesse
culturalreligioso; beh, siete in errore… dopo un tè lungo quanto una camminata in salita verso un tempio tibetano, dopo una sorta di preghiera interrotta solo dal rumoroso costante alitare di Ugo che tornava dalle sue corse dietro a gatti di ogni razza,insomma dopo circa due ore dal nostro arrivo nella ridente località accanto il lago, in compagnia della sua eterea compagna perennemente persa tra fumi di dubbia provenienza, il nostro uomo ci mostrò il potente mezzo di locomozione in vendita, una Moskvich sovietica del 1982. Bianca, dallo styling aerodinamico degno dei pantaloni di Sean Connery/James Bond mentre combatteva i perfidi comunisti, una vera Moskvich a gas!!!!

Coperta da un’abbondante serie di foglie di palma che la preservavano, diceva il nostro anfitrione, all’usura
degli elementi, “che pur essendoci amici a volte possono lavorare contro di noi e le nostre cose”
(Sic! Che roba gli elementi, vatti a fidare!), giaceva nella campagna lacustre romana una delle 5 barra 6 unità di Moskvich brezneviane arrivate e immatricolate nel Belpaese durante tutta la loro storia.
Alla vista del mezzo TJ se ne uscì con una mezza imprecazione, trattenuta a stento, accadimento che sovente marca le aspettative dalle realtà che ti si presentano nella vita. E mentre Ugo lasciava un segno indelebile sulla polvere che ricopriva uno dei pneumatici posteriori capii che mi stavo innamorando. Innamorando di una passione fugace, totalizzante, che come tutte quelle durano lo spazio di un bacio.

La mia durò 2 mesi. Insomma tornai verso la capitale con la macchina più bizzarra del mondo. E senza freni.
Era maggio. Il mio amico Capoccione (si, lo so, ho amici strani ma guardate ai vostri, per favore), con le sue
giacchina mod, di nuovo in voga in certi anni Ottanta, osservava il motore, al riparo del sole sotto un cofano insolitamente pesante che manco le acciaierie Krupp. Storse il naso : “È fusa, nun ce vai da nessuna parte”.
Detesto dare credito alle persone negative. Mi era costata ben 180.000 lire, quel prodigio della tecnica costruttiva e, in qualche modo, costruttivista dell’impero del Don. Altro che Trabant, altro che U2. Quisquilie. Ragazzinate. “Fuso sarai tu”. Partii.

L’Aurelia, la strada cui lego l’idea delle vacanze, soprattutto perché se da Roma vai verso nord non puoi mica connettere l’idea delle vacanze all’ autostrada A1, non credete? L’Aurelia costeggia il mare e il mare lo respiri in ogni istante, anche quando lo mischi ai fumi della centrale nucleare di Montalto, o a quello dei soldi dei proprietari di Capalbio e del’Argentario. E poi passa per La California (è vero! Esiste, giusto prima di Livorno), raggiunge Rosignano Solvay che ha il bicarbonato dentro l’acqua salata, passa per un posto che ti invita ad andare (Vada), ti coccola col cacciucco alla livornese, continua imperterrita fino a quando vedi sulla tua destra le montagne più bizzarre del mondo (le Apuane). Arriva in Francia.

Non avevo fretta, non avevo neanche soldi (in effetti, ora che ci penso, questa è una caratteristica che fa il paio con quella faccenda delle macchine) ma non mangiavo neanche granché. La Moskvich famigliare procedeva tranquilla e serafica sotto il sole cocente, cullandosi alle note del reggae, 15 cassette da 90 minuti da me interamente registrate e compilate con la mia grafia minuta da maniaco ossessivo dell’ordine che non sono mai stato. Perchè solo reggae? Non so ma ho sempre amato la musica che abbia qualcosa da dire e soprattutto delle domande da porre (insomma i Baglioni, Zucchero, i Pino Daniele ve li lascio volentieri se vi interessa il feltro alle orecchie e alla mente).

Il reggae ti culla, ti trasporta, ti guida, ma il tuo dev’essere un apporto attivo. Accadde esattamente questo e fu indimenticabile attraversare le strade provinciali di Francia, con quel verde intenso che circonda i castelli attorno alla Loira, valicando il confine per un bagno sotto gli scogli della Costa Azzurra mentre a poca distanza la Sovietica irradiava Freddie Mc Gregor piuttosto che I Jah Man, Half Pint piuttosto che Desmon Dekker (il tutto fino all’ovvio nonché atteso arrivo della solerte Gendarmerie, notoriamente poco amante della musique). Eppoi Parigi, coi polacchi emigrati che giravano attorno a un’automobile ben conosciuta ma inattesa in quei luoghi (il serbatoio a gas era fonte di mille domande), da Monmartre a Place Vendôme, tra i Culture e i Black Uhuru, tra il raggamuffin e la dance hall, le feste in onore del bizzarro amico romano arrivato alla guida di uno strano mezzo. Persino l’amore, ho trovato, in quella Parigi del 1987.  E con la musica di Jah si faceva all’amore e si beveva il vino dell’Hexagone e non si dormiva mai. Tutti volevano viaggiare con me.

Tornando, settimane dopo, stanco ma felice, all’altezza di Grosseto un rumore sordo, forte, ripetuto, sempre più frequente. Il benzinaio, sotto il sole cocente di fine agosto dell’Aurelia, la strada delle vacanze: “Amico, hai fuso”. Ma come è possibile? Ho messo l’olio prima di partire. Questa imbarca 5 litri!
E lui, con un sospetto giacchino che mi ricordava il Rod Stewart mod dei tempi dei Faces: “Allora, amico, era già fusa”. Navigai i restanti 200 km in direzione della capitale a 50 orari. Mosqvi giacque abbandonata per mesi in via Nizza. Non avevo il coraggio di gettarla via, nessun meccanico voleva metterci le mani.
Notato che non ho mai citato Marley? Di oltre 400 canzoni che mi portai appresso non c’era un solo brano del grande Bob.                  

 

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