Gatti in Giappone, felino mania tra curiosità e leggende

Si trovano ovunque, basta avere un occhio allenato ai dettagli. I gatti in Giappone sono riveriti, amati e coccolati e sono i protagonisti assoluti tra caffè, negozi, souvenir.

Persino nei mazzi di fiori o come simbolo per i corrieri delle consegne a domicilio, ma c’è anche un’isola che vive di turismo grazie ai piccoli amici a quattro zampe e un tempio a Tokjo a loro dedicato.

Il Giappone sembra affetto da una curiosa febbre felina. Abituati a vivere in appartamenti piccoli, molti giapponesi non hanno la possibilità di condividere la casa con un gatto. E così pur di passare qualche ora in loro compagnia sono abituati ad andare ai neko cafè, letteralmente i caffè dei gatti.

Questi locali sono nati a Taiwan alla fine degli anni Novanta, ma subito il Giappone si è appropriato dell’idea,
sviluppandola e amandola alla follia, per poi esportarla nel resto del mondo. Il primo neko café è sorto a Osaka, ma ora si trovano in tutte le città: sono oasi di pace, spesso al primo piano di qualche palazzo, lontano dal caos metropolitano.

Qui i gatti sono veri sovrani, si muovono tra divani e cuscini, possono essere accarezzati solo se danno loro il permesso, non possono essere disturbati durante il sonno, né essere fotografati con il flash.

Insomma, i gatti in Giappone comandano. Così come non stupisce che in questo Paese sia stato inventato forse il simbolo micioso più famoso al mondo: la leziosa Hello Kitty.

Lei davvero si trova ovunque, per le strade di Tokyo i fiorai espongono composizioni a forma di gattina, ci sono interi grandi magazzini esclusivamente dedicati ai gadget con la sua faccina, dagli ombrelli ai fermagli per capelli, dalle “normali” magliette alle penne e alle borse.

Inoltre, la sua effige appare sulle confezioni di tè che si vendono ai distributori automatici e sui dolci, mentre le statue che la raffigurano, in abiti tradizionali o in qualsiasi “mise” ad effetto, sono facili da vedere, persino in cima al monte Fuji.

Ma non è Kitty il portafortuna dei gatti in Giappone. Quello è il maneki neko (ovvero il gatto che chiama) ed è sicuramente la prima cosa che si vede del Paese scendendo dall’aereo.

È davvero ovunque, anche esportato nel mondo. È il gattino con la zampetta che sembra salutare, una statuina di porcellana o ceramica che si ritiene porti fortuna e denaro al proprietario: per questo è esposta davanti ad ogni attività commerciale, in piccolo o in grande tutti la possiedono.

Le origini del maneki neko risalgono al periodo Edo, quello del maggior splendore per il Giappone, una sorta di Rinascimento che dal Seicento all’Ottocento.

La leggenda vuole che un illustre personaggio, che di volta in volta diventa o un Imperatore, o un samurai, o uno Shogun, passando vicino ad un gatto si accorse che lo stava salutando.

Interpretando il movimento del micio come un segno, il tipo gli andò incontro, deviando dalla strada maestra e evitando così una trappola che era stata messa per lui. Da allora, i gatti in Giappone furono considerati spiriti saggi e portatori di fortuna.

C’è anche un’altra antica credenza: nel gesto del maneki neko alcuni leggono quello di lavarsi il musetto
e una leggenda dice che se un micio si pulisce la faccia arriverà un ospite.

Per questo, la statuetta dei gatti in Giappone è di rigore nei negozi: porterà clientela e quindi denaro. E pure lì c’è una sottile differenza: se la zampa alzata è la destra, attirerebbe denaro, se è la sinistra clienti.

Più alta è, più soldi e fortuna arrivano. Non solo, a seconda del colore indurrebbe benefici diversi: il rosso tiene lontani gli spiriti maligni, il rosa attirerebbe l’amore, l’oro la ricchezza, il bianco la purezza, il nero la salute, il verde protegge dagli incidenti, e quello tricolore un po’ una somma dei tutti gli altri, quindi è il più apprezzato.

A volte viene abbellito con una moneta, sempre per richiamare guadagni, o con campanelli e fiori, in ricordo dei gatti in Giappone che nel periodo Edo portavano collarini con piccoli sonagli per essere meglio rintracciati.

Il maneki neko è un vero amuleto e in un Paese così attento ai riti non poteva non diventare un simbolo shintoista: a Tokyo esiste anche un tempio, Gotoku-ji, dove si trovano migliaia di statuette di maneki neko e dove si dice che il gatto del monaco chiamò a sé un feudatario che si era rifugiato sotto un albero durante un temporale, così facendo lo salvò da un fulmine, e il ricco signore donò prosperità al tempio in segno di ringraziamento.

Qualsiasi negozio di souvenir giapponese avrà a disposizione moltissime raffigurazioni non solo di maneki neko, ma di gatti in generale.

Soprammobili, salvadanai, specchietti, centrini, persino teiere a forma di gatto come a Kyoto o tavoli sorretti da mici come a Takayama, antica cittadina tra le montagne dove la statua di un felino sorveglia il fiume e la strada principale.

I gatti in ossa e pelo si possono vedere spesso, magari fare capolino tra le finestre delle abitazioni di Kyoto, oppure sulle spalle di anziani che vanno al tempio, oppure a zonzo con il guinzaglio insieme ai loro padroni, pardon, servitori.

Da veri sovrani incontrastati sono protagonisti di tante storie curiose: un’azienda di Tokyo ha assunto nove gatti
perché gli impiegati, spronati ad accarezzarli anche da un bonus in busta paga, sarebbero stati più sereni, avrebbero fatto gioco di squadra e in sostanza avrebbero reso di più.

Però l’impiegato felino più famoso del Giappone è Tama, la gatta tricolore capostazione di Kishi, nella prefettura di Wakayama, a due ore più o meno a sud di Kyoto e Osaka.

La linea ferroviaria Koshigawa era in abbandono per motivi economici, era destinata a chiudere, e il capostazione
umano, che si occupava di una colonia di gatti randagi, un giorno adottò la bella Tama.

Da allora, con un berretto d’ordinanza in testa, la micia sedeva allo sportello dei biglietti e divenne in poco tempo un’attrazione, triplicando in poco tempo i visitatori che si accalcavano per coccolarla. In pieno rispetto dell’idea dei gatti in Giappone che portano fortuna e soldi, ha salvato dal fallimento la stazione e l’azienda proprietaria: per attirare ancora più ospiti sono stati decorati alcuni treni a tema felino che trasportano
tutti quelli che volevano vederla, ed era moltissimi.

Tama amava arrampicarsi ovunque e le coccole, purtroppo nel 2015, ormai anziana, ha raggiunto il paradiso dei gatti: alcuni giorni dopo è stato celebrato un funerale shintoista e la gattina è stata dichiarata “Onorevole Capostazione per l’Eternità”, mentre in un santuario vicino alla stazione la si venera come una nuova divinità, Tama Daimyojin, protettrice dei gatti.

Tama è stata sostituita sul lavoro da Nitama, un’altra gatta a pelo tricolore, già in servizio come vicecapostazione, ed è stato anche creato un piccolo museo dedicato ai ferrovieri felini di Kishi.

Non solo Tama è popolare tra gli appassionati di gatti in Giappone: un altro luogo è diventato meta turistica unica, grazie proprio ai piccoli felini.

E’ Tashirojima, a nord di Tokyo, nella prefettura di Sendai- Miyagi, famosa in tutto il mondo per essere l’isola dei gatti in Giappone.

Un vero paradiso per loro e i pescatori che ci abitano, ormai avvezzi ai turisti che arrivano qui per ammirare i mici.

Furono introdotti durante il periodo Edo, per dare la caccia ai topi, e nutrendosi dei bachi della seta che viene prodotta qui, rapidamente si sono moltiplicati. Coccolati dai pescatori per la loro capacità di prevedere l’arrivo delle tempeste, sono gli amuleti viventi del villaggio, dove sono state costruite piccole casette di legno a forma di musetto felino, e attirano centinaia di gattofili e curiosi da tutto il mondo.

Adempiendo pure loro alla leggenda sui gatti in Giappone, di avere la capacità di attirare denaro e fortuna a chi li venera.

Info:
www.japan.travel/it

Foto Sonia Anselmo, Fiorella Corini, Pixabay, www.japan.travel/en/, ©Fubirai, www.japan.travel/it
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