Tartan, il tessuto scozzese tra storia e leggende

“Once upon a time”, c’era una volta, e c’è ancora il Tartan, famosissimo tessuto a riquadri contrastanti che diventato cittadino del mondo ha conquistato intere generazioni.

La storia racconta che, fin dai tempi più antichi, a seconda del tartan indossato venivano identificate a prima vista le tribù delle Highlands (altipiani) e, a partire dal 1700, anche le famiglie nobili avevano fatto di determinati quadri e colori il distintivo della casata.

Quindi quando ci troviamo a scegliere un tartan, in qualche modo, entriamo anche noi a far parte di questo o quel clan. Sono solo trentatré le fantasie originarie sopravvissute alle duemila di un tempo.

Nel passato i vari clan si vantavano di avere un proprio motto, all’elegante quadrettato verde e blu,
impreziosito da una striscia rossa del clan McDonald corrisponde il motto: by sea and by land, per mare e per terra, al più formale tartan verde e blu su sfondo nero con una sottile riga bianca dei Graham fa riscontro il monito Ne oubliè, non dimenticare.

Decisamente regale il rosso, il verde e il blu messi in risalto su sfondo bianco e diverso da tutti gli altri essendo riservato alla famiglia reale è il tartan degli Stewart, successivamente adottato da tutte le dinastie regnanti in Inghilterra, il cui motto è Virescit vulnere virtus, il coraggio si rafforza con la sofferenza.

Le righe bianche, nere e rosse riquadrate su sfondo grigio sono del tartan Balmoral (dal nome del castello di Balmoral, residenza scozzese della Royal Family), ideato personalmente nel 1853 dal principe Alberto, consorte della regina Vittoria, e tra i preferiti del principe Carlo. Questo royal tartan non è in commercio ed è donato alla sposa in occasione del matrimonio reale.

Ne è stato invece creato uno, bianco e grigio, in memoria di Lady Diana e uno appositamente, blu, nero e argento, per le nozze reali tra il principe William e Kate Middleton, la quale spesso e volentieri ama sfoggiare la stoffa quadrettata, magari in modelli contemporanei, come minigonne e cappottini. Comunque sia, molti re si sono fatti immortalare sui quadri del passato con il tipico tartan.

Altro particolare interessante è la storia dei colori: all’inizio la scelta era strettamente legata al marrone, al nero e al bianco, i cosi detti colori naturali del vello delle pecore, in seguito, grazie alla scoperta delle tinte vegetali, si crearono altri colori: i licheni e il muschio permisero numerose tonalità di verde, il mirtillo e l’iris ispirarono i blu e i viola, all’erica si deve la tonalità dell’arancione, alla ginestra i luminosi gialli.

Alcuni colori erano e continuano ad essere preferiti ad altri nell’ambito di particolari occasioni: i dress tartans facilmente riconoscibili per le righe bianche sopra il disegno originario sono indossati per i completi da sera, gli hunting tartans dai toni del verde e marrone, sono impiegati per la realizzazione del vestiario per la caccia, i mourning tartans, prevalentemente bianchi e neri vengono usati in occasione di lutti, i muted tartans presentano sfumature che vanno dal verde all’amaranto e al giallo, mentre i famosi Chief’s tartans sono rigorosamente riservati ai Capi Clan, indossati da loro e dai familiari più stretti.

Altrettanto interessante è la storia di questo originale costume nazionale: un taglio di stoffa unico, lungo circa 14 metri, disposto a pieghe intorno alla vita e fermato da una cintura così da costituire un gonnellino lungo fino al ginocchio, mentre il lembo che avanza, fissato a sua volta da un fermaglio, ricade dietro alla schiena come una sciarpa.

Estremamente fieri delle loro origini e tradizioni gli scozzesi lo indossavano quotidianamente fino ad arrivare alla famosa battaglia di Culloden del 1746 quando gli inglesi ebbero la meglio e ne proibirono l’uso. Al grande romanziere scozzese Walter Scott va il merito di aver riportato alla luce il tanto amato kilt.

In occasione di una visita ufficiale di re Giorgio IV ad Edimburgo, Scott suggerì al sovrano di indossare il tradizionale costume per omaggiare le tradizioni di quella terra, fu così che gli scozzesi si poterono appropriare nuovamente della libertà di indossare ogni giorno il loro mitico gonnellino, o meglio gonna a pieghe indossata in terra natia indistintamente da ambo i sessi, all’estero esclusiva prerogativa del guardaroba femminile.

Un capo che potremmo definire evergreen, senza età e senza tempo, un classico che le persone di qualsiasi nazionalità non disdegnano di acquistare durante il loro soggiorno in Scozia. Ci sono però alcune attenzioni da non tralasciare al momento dell’acquisto: innanzitutto deve essere rigorosamente confezionato a mano, avere le pieghe profonde due centimetri, dalla vita in giù, per una lunghezza di quindici centimetri, all’interno deve essere sostenuto da una consistente garza che ferma le pieghe, non avere l’orlo ripiegato ma terminare con la cimosa della stoffa, particolare facilmente riconoscibile in quanto in questo modo si distingue un autentico tessuto scozzese.

Il tradizionale spillone che tiene chiuso il kilt sul davanti (nel passato si usava una scheggia di pietra) è generalmente di metallo, a volte può anche essere d’argento.

Il Tartan non è solo riservato all’abbigliamento, è utilizzato come stoffa d’arredamento, adatto a qualsiasi stanza, conferendo un’atmosfera calda e accogliente sia che ne rivesta le pareti, che ne ricopra i divani, che venga impiegato come tendaggio.

Un viaggio nella verde Scozia dove le meravigliose vallate rendono il paesaggio unico e inconfondibile, dove i castelli raccontano la storia travagliata di questa terra, dove i tanti laghi contribuiscono a renderla estremamente affascinante fino a giungere lungo le rive del Loch Lochness sulle orme del famoso mostro Nessie,
dove la natura fa da padrona circondandosi di un alone di magia e mistero, da dove non si ritorna senza aver messo in valigia un qualcosa di “scozzese”.

Info: www.visitbritain.com
www.visitscotland.com/it-it/

Foto: Visit Britain, ©VisitBritain/Rod Edwards, ©VisitBritain/ Melody Thornton
©VisitBritain/Peter Beavis, Visit Scotland, Pixabay, Sonia Anselmo

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