Vent’anni fa dall’Urss a 15 nuove nazioni

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Come si è trasformata oggi quella gigantesca entità politica non è facile da stabilire. E soprattutto dipende in gran parte dalle latitudini dei nuovi Stati e dalle subculture che in essi già esistevano e intorno alle quali si sono riaggregati. Sostanziosa è stata anche la letteratura dedicata all’evoluzione della nuova Russia postcomunista, passata attraverso i due decenni che si identificano con i due leader del dopo falce e martello: Boris Eltsin e Vladimir Putin, e quella dedicata alla nascita – o rinascita – delle altre repubbliche in fase di destalinizzazione. Non c’è dubbio che la parte più suggestiva, anche perché per niente slava, dell’ex Unione Sovietica, sia costituita dalle nazioni dell’Asia Centrale e del Caucaso. Si fecero conoscere durante la Seconda guerra mondiale, quando rifornirono di truppe “esotiche” l’Armata Rossa e fecero tornare nelle pianure centroeuropee e fino a Berlino i temuti mongoli del Medioevo. In realtà i soldati strappati a una vita nomade o contadina fra i deserti e le montagne asiatiche si sentivano in maggioranza tutt’altro che sovietici e combattevano in nome della bandiera rossa solo dietro coercizione. Il processo di colonizzazione interna teneva infatti pochissimo conto della diversità culturale e tendeva invece a omogeneizzare, con la forza e in senso moscovita, modi di esistere lontanissimi mentalmente e geograficamente dal Cremlino.
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Anche oggi fra le nazioni meno conosciute dell’Asia, questi territori in alcuni casi sono ancora alla ricerca di pace e stabilità. In Kirghizistan, ad esempio, gli ultimi tumulti risalgono solo al 2010, in quel caso scontri etnici contro la minoranza uzbeca, seguiti da elezioni. Un altro buco nero per quanto riguarda le informazioni è l’altrettanto remoto Tagikistan. Teatro di una guerra di religione e politica negli anni immediatamente successivi all’indipendenza, fra il regime filosovietico del presidente Emomali Rahmon e l’opposizione islamica, il Paese sta guardando oggi in direzione della vicina e potente Cina, come partner, o meglio, padrino commerciale e possibile protettore politico. La nazione resta tuttavia poverissima e ancora in una situazione finanziaria drammatica, substrato che potrebbe riaccendere fuochi sociali. Strana storia anche quella del Turkmenistan, schiacciato per anni dal regime autocratico e paranoide del conducator locale Saparmurat Niyazov, si ritrova oggi sotto il tallone del degno erede Gurbanguli Berdimukhammedov. Così, una nazione ricca di risorse energetiche stenta a sviluppare un benessere sociale diffuso in virtù di interessi feudali. Cosa che in una certa misura si riscontra anche in Kazakistan, Paese più presente nelle cronache per essersi ritrovato sul territorio il poligono spaziale sovietico di Bajkonur, oggi però di proprietà russa, e per aver concluso anche con l’Italia contratti energetici per lo sfruttamento dei suoi sostanziosi giacimenti di gas naturale. Periodiche dispute armate si riaccendono poi fra Armenia e Azerbaijan per questioni territoriali, come quella mai risolta del Nagorno-Karabakh, mentre solo tre anni fa il ricorso alle armi fu tra Russia e Georgia.
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Altre nazioni invece si stanno aprendo al turismo, facendosi conoscere e orientando la propria economia anche verso questa voce, come le stesse Armenia e Georgia, quest’ultima in fase iniziale, l’Ucraina e l’Uzbekistan, forte di attrazioni mondiali come le città di Bukhara e Samarcanda. Altre ancora hanno fatto un notevole salto di qualità con l’ingresso nell’Unione Europea (Lettonia, Lituania e, soprattutto, Estonia), mentre alcune, pur geograficamente vicine all’Occidente, vivono a tutt’oggi sotto un regime, come la Bielorussia di Alexandr Lukashenko. E poi c’è la Madre Russia, il ramo su cui si sono sviluppati tutti questi germogli. Per certi versi ancora adesso le si potrebbe appiccicare la definizione che coniò per lei nel Novecento il premier britannico Winston Churchill: “un rebus avvolto da un mistero all’interno di un enigma”, ma sicuramente è una realtà diversa rispetto alla fine del secolo scorso. Oggi più raggiungibile e visitabile, ha aperto le meraviglie di Mosca e San Pietroburgo a un turismo non necessariamente “allineato” e ha anche allentato gli snervanti controlli di un tempo. Una nazione che ha affidato come nessun’altra al mondo l’unione delle sue sterminate distanze alla ferrovia, un simbolo mondiale che si chiama Transiberiana. L’ex Urss rimane però, finito il secolo “breve” delle ideologie, secondo il pensiero dello storico Eric Hobsbawm, un laboratorio se non politico, almeno sociale, da osservare con interesse e che ci ricorda come sia vero il detto secondo cui la Terra non sta mai ferma. E non solo per la geologia. Anche la componente umana fa la sua parte.

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