Il fascino discreto dell’abbandono

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Di sicuro, sinistro fascino sono gli ex ospedali psichiatrici: come quello di Lier, cittadina a sud di Oslo, in Norvegia, in parte ancora attivo con pazienti ricoverati, in parte in disuso. Aperto nel 1926, vi si praticavano lobotomie ed elettroshock. Maestoso ma anch’esso in decadenza è l’Hudson River Psychiatric Center a Poughkeepsie, nello Stato di New York: adagiato su una collina nei pressi del fiume Hudson, fu inaugurato nel 1871 ma non ha resistito al passare del tempo. Il sito www.abandonedasylum.com raccoglie e cataloga moltissimi manicomi abbandonati in tutto il territorio statunitense. In Italia, invece, tra gli appassionati del paranormale è piuttosto conosciuto l’ex ospedale psichiatrico infantile di Aguscello, alle porte di Ferrara, dove l’inquietante fascino di questo pericolante edificio si mescola alle frequenti nebbie padane. Poco si sa sulle motivazioni della sua chiusura negli anni 70, ma tra le svariate, spesso fantasiose ipotesi – maniaco omicida, incendio, epidemia – la più verosimile pare quella dell’accertamento di maltrattamenti di ogni sorta nei confronti dei piccoli pazienti da parte del personale medico. Ci spostiamo ora nell’ambito dell’intrattenimento, segnalando il viaggio della fotografa Julia Solis fra teatri, sale da ballo e altri luoghi di spettacolo ormai in decadimento: www.abandonedtheaters.com.
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Altrettanto malinconici i parchi giochi abbandonati: luoghi nati per far divertire, ora muti e mutilati, come il Takakanonuma Greenland, luna park giapponese nella città di Hobara, consumato dalla ruggine e dalla vegetazione incolta. Ma non serve andare in Estremo Oriente per trovare un esempio ancora più triste e bizzarro di abbandono: nella provincia di Lecco, infatti, rimangono le squallide vestigia della “Las Vegas della Brianza”. Un tempo era l’antico borgo medioevale di Consonno che, negli anni Sessanta, fu abbattuto e trasformato in luogo di divertimenti e modernità tra le colline a nord di Milano. Parola d’ordine, kitsch: un minareto e pagode cinesi, colonne doriche e sfingi egiziane, cannoni e negozi arabeggianti, sale da ballo e sale giochi: tutta opera del conte Mario Bagno, imprenditore eccentrico che comprò l’intero borgo per costruire il suo sogno futurista. Sogno che durò – tra feste di matrimonio e gite familiari della domenica – fino al 1976, quando una frana bloccò la strada d’accesso al paese dei balocchi, comunque già da tempo meno frequentato perché ormai non più una novità. Nel 1998 il regista Davide Ferrario girò qui alcune scene di “Figli di Annibale”, ma oggi il destino di Consonno è immobile, ingabbiato in quell’arrogante e inutile cemento che ha deturpato un borgo storico e la natura circostante. 
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