Sant’Arcangelo e Valmarecchia, dall’Appennino al mare e ritorno

Rocca e Verrucchio

Rimini non è solo il capoluogo della Riviera ma anche la frontiera a mare della Valmarecchia, la valle che dall’Adriatico punta dritto all’Appennino Tosco Romagnolo, con il territorio caratterizzato da torrioni, rupi e speroni naturali, siti perfetti per roccaforti e castelli. Una giornata balneare noiosa? Un spinta alla pigrizia in direzione Badia Tedalda, tra il mare e l’Appennino c’è di mezzo la Valmarecchia.

Nei tempi odierni la Valle forse sarebbe stata considerata come un distretto industriale e commerciale; con un po’ di immaginazione si può comprendere la genialità, che ha contribuito al successo dell’area in tempi remoti, punto di comunicazione tra il nord Europa e la Grecia, come ci testimonia la presenza di ambra del baltico e vasi greci.

Appena indirizzata l’automobile verso l’intero è necessaria la prima sosta: Sant’Arcangelo di Romagna (Rn). Sono arrivata a Sant’Arcangelo con una scaletta precisa: vedo questo e quello, poi via via in realtà, anche quest’altro e là altro ancora, non partivo più. Sant’Arcangelo è un contenitore di curiosità, in fondo conservare e proteggere era la sua funzione nel sistema Valmarecchia.

Qui si producevano anfore per trasporto via mare e via terra, le caratteristiche climatiche e del terreno hanno trasformato la cittadina in un’immensa cantina. Il sottosuolo è un intreccio di gallerie scavate in maniera tale da garantire una buona areazione, assenza di muffe e temperature costanti. Anche se non è documentato, ma in relazione alle caratteristiche, si pensa l’utilizzo principale nel corso dei secoli sia stato quello di deposito alimentare. Fino alla diffusione del frigorifero, la conservazione del cibo è stato un problema difficile, pertanto le gallerie di Sant’Arcangelo erano una risorsa essendo la città -sotterranea una vasto magazzino. Ancora oggi molte sono le cantine private, altre invece sono aperte al pubblico.

Come ogni cosa che nasce nei tempi immemori, anche le grotte di Sant’Arcangelo hanno i loro misteri. Alcuni ipogei presentano una struttura di stanza circolare con nicchie alle pareti, sono state fatte alcune ipotesi ma nessuna certezza sulla ragione dell’architettura o la destinazione d’uso. Che fossero i luoghi dei telai d’oro? La leggenda narra che di notte, nel silenzio profondo si può udire il rumore dei telai d’oro che i fantasmi delle grotte usano per tessere.

E questa immagine mi porta a un’altra curiosità: il mangano a ruota della Stamperia Marchi. All’angolo di Via Cesare Battisti, fianco all’ufficio turistico, ha sede la storica ditta Marchi con il suo buon odore di stoffa e il mangano. L’antico macchinario, datato 1633, mosso da robusti muscoli umani e grazie a un’efficace meccanica, permette di spianare i tessuti. La Stamperia continua nella produzione di stoffe decorate con colori naturali estratti dai minerali e dalla ruggine.

Per i curiosi del fashion ecco il Museo del Bottone, 13000 esemplari nei materiali, forme e colori più impensabili. Il Museo nasce per volontà di Giorgio Gallavotti, la sua famiglia ha prodotto e commercializzato bottoni per oltre un secolo, poi un colpo del caso e la volontà di condividere, questi gli ingredienti amalgamati dall’entusiasmo del signor Giorgio. Per comprendere quanta storia possa rimane attacca a un bottone basta dedicare un po’ di attenzione alla collezione del museo.

Scendendo dal museo del Bottone, in via Saffi , mi sono fermata a osservare una signora, seduta sulla sedia in una lato della via, lavorava all’uncinetto che tra le sue dita sembrava facile. Valentina Semprini e la madre sono le artigiane della Bottega 36, dove si ammirano tessuti a telaio, ricami, ceramiche raku e tradizionali con motivi molto naturali, le decorazioni sono ottenute usando fiori e foglie come stampi. I dettagli arrivano agli occhi un po’ alla volta, se l’eleganza femminile sta nelle piccole cose, questo laboratorio entra a pieno nelle “quote rosaâ” dell’artigianalità.

Appena fuori il centro abitato di Sant’Arcangelo ecco la Pieve, il monumento più antico della cittadina, questo è il dato storico certo. L’apparente semplicità dell’edificio è il risultato di sovrascritture che nel corso dei secoli l’hanno reso indecifrabile, è difficile non essere sedotti dal suo fascino enigmatico. I documenti attestano che la Pieve, dedicata all’Arcangelo Michele, già svolgeva il suo ruolo pastorale sul finire del IV sec. ed è rimasta attiva fino alla metà  del 1700, quando venne sostituita dalla Collegiata, edificata nel centro.

Lasciato Sant’Arcangelo e una lista di devo tornare, attraversato il fiume Marecchia, a soli 12 km mi aspetta la patria dei Malatesta: Verucchio. La Rocca, che domina il paese, fu il quartier generale dei Malatesta, che tra il XIII e il XVI ebbero un ruolo importante nell’intricata Penisola.

Sembra che sia questo il castello dove accadde il fattaccio, ricordato da Dante Alighieri, tra Paolo e Francesca. Inutile sottolineare la posizione strategica con panorama che va dal mare alle montagne. La dimora Malatesta ora è adibita a museo, le sale sono spoglie, ma seguendo le tavole illustrative e un po’ fantasia si cavalca la storia. Nel castello bisogna comportarsi con rispetto, perché il fantasma di famiglia veglia sui visitatori.

Se pensi che i nostri pro-zii villanoviani (età del ferro IX-VII sec. A.C.) fossero degli esseri rozzi e incivili, il Museo Archeologico di Verucchio ti farà cambiare idea. Appena fuori le mura nel ex-convento agostiniano, attraverso le sale museale, si srotola il ritratto di un popolo commercialmente attivo, culturalmente raffinato e aperto.

Gli scavi della vasta necropoli ci hanno permesso di conoscere questo lontano popolo. Il rito funebre era la cremazione, insieme alle ceneri venivano interrati una complessità di oggetti a testimonianza della vita personale e del suo ruolo sociale, una rappresentazione simbolica, ma che ha fornito risposte e posti nuovi interrogativi su quel tempo. Due sono i reperti vanto del museo, le circostanze fortunate hanno regalato l’opportunità di ricevere un mantello e un trono di legno, entrambi realizzati in materiali organici, quindi facilmente deperibili. La lavorazione del trono testimonia la capacità artistica dei nostri avi, confermato anche dagli oggetti esposti, una vera narrazione iconografica. Il mantello, due metri quadri di tessuto, ha permesso di fare molte analisi e ipotesi su un aspetto quotidiano, di cui scarseggiano testimonianze dirette, il vestiario.

A rendere ancora più significativo il valore del reperto è il fatto che le sepolture femminili erano arricchite con gli strumenti per la tessitura, a volte non erano di uso pratico, perché realizzati in materiali, come l’ambra, che ne impedivano l’utilizzo effettivo. La ricchezza di questi oggetti e alcuni corredi funebri femminili hanno indotto a pensare che la donna avesse un posto rilevante nella società.

Insomma Verucchio propone un viaggio nelle ragioni della nostra storia. Sono di nuovo in macchina con la cartina in mano, la chiudo, salgo su e già per qualche colle per decidere la prossima meta.

Info:
Per visitare la Pieve di Sant’Arcangelo e le grotte è necessario contattare la Pro loco Sant’Arcangelo:
www.iatsantarcangelo.com
Telefono 0541 624270
Museo Del Bottone: www.bottoni-museo.it
Stamperia Marchi: www.stamperiamarchi.it
Bottega 36 : www.facebook.com/labottega36

Per informazioni su Museo Archeologico e Rocca Malatestiana a Verucchio: www.prolocoverucchio.it

Foto di Maria Luisa Bruschetini

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