Pachino, territorio in rosso amato dalla natura in Siclia

Pachino (Sr) gode un territorio baciato dalla Natura generosa. Il clima mediterraneo arricchito dall’acqua del sottosuolo, niente da meravigliarsi se la principale attività economica sia quella agricola.

Nel suo comune si trova Marzamemi. Due realtà così vicine e connesse e molto diverse tra loro. Marzamemi luogo di mare, Pachino, paese di terra, famoso per i suoi rossi: vino e pomodorino.

L’attuale centro abitato fu fondato nel 1760 dagli Starrabba di Piazza Armerina, anche se alcuni ritrovamenti archeologici ci testimoniano che l’area fu abitata fin dalla preistoria. L’etimo del suo nome è legato a un aggettivo che nell’antico greco significa abbondante, perché dubitarne?

L’impianto urbanistico di Pachino è a scacchiera, non gode di palazzi nobiliari e monumenti di particolar pregio, ma la Piazza Vittorio Emanuele è la Piazza, alberata con le panchine e la Chiesa Madre.

Negli anni in cui Pachino è stata la capitale della produzione del vino, in particolare del mosto la Piazza era il luogo nevralgico delle trattative.

Che il rosso di Pachino fosse apprezzato è storia antica, quello stesso oggi noto come “nero d’Avola”, vitigno è detto anche “Calabrese”. Il cambio della denominazione è avvenuta circa trent’anni fa, per ragioni non ben chiare, forse per avviare un cambio di immagine. Infatti con Rosso pachino si intendeva un vino forte, adatto al taglio e privo di una propria qualità identificativa.

Ogni storia ha i suoi eroi e paladini, in questo enostoria dove scorrono rivoli di rosso vino sono due: Marchese di Rudinì e la famiglia Nobile.

Antonio Starabba, marchese di Rudinì fu Presidente del consiglio due volte tra il 1891 e il 1898, Ministro degli interno, Sindaco di Palermo, padre di Alessandra, amante di D’Annunzio che poi si fece suora.

L’enorme palmento Rudinì, inaugurato nel 1897, dà idea dei volumi prodotti, da qui partiva un enodotto che conduceva il vino direttamente al vicinissimo porto di Marzameni, dove veniva caricato sulle navi, destinazione nord Italia e Francia. Furono introdotte alcune novità di lavorazione neoindustriale che non ebbero riflesso nelle campagne, in quanto l’elettrificazione fu completata negli anni ’60 del 900.

La storia della Famiglia Nobile è oggi raccolta nel Museo del Vino, un luogo che l’attuale proprietario, Nele Nobile, ci svela con coinvolgente forza narrativa. Il museo è un’attenta ricomposizione del mondo alchemico dell’uva. Un fermo immagine che ci parla di genialità e duro lavoro. Un’attenta illustrazione del mondo alchemico dell’uva.

La chiave strategica della Famiglia Nobile fu la cantina e commercializzazione. Solo in minima parte le uve trasformate erano di proprietà, in larga parte provenivano da piccoli proprietari che si affidavano ai Nobile per raggiungere il cliente finale.

L’uva veniva portata al palmento, dove veniva pressata, seguiva una fermentazione di 48 e poi partiva la corsa per la vendita. La piazza di Pachino diventava il palcoscenico di affari, promesse e onestà e inganni, tutto in un susseguirsi feroce e urgente, il mosto andava venduto, per svuotare le vasche e fare spazio ad altra uva, altro mosto. Tra le 3 e le 5 mattino venivano prelevati i campioni, portati al laboratorio che ne certificava la gradazione alcolica, cioè la qualità. Il sensale prendeva le bottiglie e dirigeva verso u’ scagno, agenzia di intermediazione, al quale proponeva l’acquisto, nella piazza si sono registrate fino a otto agenzie.

Nella breve durata della vendemmia, tutti a Pachino avevano a che fare con il vino, direttamente o meno, senza considerare l’indotto. Chi raccoglieva il tartaro delle botti, per poi lasciarlo seccare al sole e colorare di violaceo le facciate dei vicini, sorsero distillerie per le vinacce, i trasporti dalle navi, alle autobotti ma quello che è rimasto nel cuore di tutti è il carretto, tradizione nella tradizione.

L’artefice del nuovo corso del vino pachinese è Saro Di Pietro, formatosi negli ultimi frangenti della tradizionale organizzazione, ha saputo imprimere una svolta imprenditoriale innovativa. Così ha raccolto quello che rimaneva dello storico feudo Rudinì per trasformarlo in un’azienda vitivinicola in senso moderno. La Cantina Rudinì si trova in Contrada Camporale a Pachino dove si può degustare l’ampia produzione, che comprende vini rossi e bianchi e gli ammalianti passito e moscato di Noto. In larga parte la tipologia di coltivazione adottata è quella tradizionale ad alberello, che dona al paesaggio un simpatico effetto giardino. Se oggi il territorio di Pachino e d’intorni è oggetto di investimenti da parte di varie grandi aziende vitivinicole, lo si deve anche alla lungimiranza Di Pietro, che partendo da un prodotto naturalmente talentuoso ha saputo coltivarne la sua identità.

Da alcuni anni l’Associazione Vivi Vivum di Pachino si è posta l’obiettivo di far conoscere l’indissolubile legame tra la cittadina e il vino. Quindi, da un lato, sostiene azioni di recupero della tradizione, come la mappatura dei vecchi palmenti, dall’altro promuove le attuali eccellenze. Durante il primo weekend di Ottobre Piazza Vittorio Emanuele tornerà a riempirsi del profumo del vino, la Festa della vendemmia vedrà lo sfilare dei colorati carretti, la pigiatura dell’uva, ricette delle nonne e la possibilità di degustare i vini locali.

Un altro rosso brilla in questa punta di Sicilia che si insinua tra due mari, quello del pomodoro. Negli anni 70 del ‘900 sorse l’esigenza dii puntare su un prodotto agricolo nuovo, così venne creato il pomodorino di Pachino. Il vantaggio territoriale è notevole, questa punta di Sicilia che si incunea tra due mari gode di un’elevata irradiazione, solare, il mare entrando nelle falde freatiche fa si che il pomodoro sia dolce e si conservi a lungo dopo il raccolto.

Nel 2002 è stata riconosciuta la certificazione IGP che include il pomodoro ciliegino, tondo, liscio e il costoluto.

Una visita alla Cooperativa Aurora per capire meglio alcuni aspetti di questo gustoso prodotto ormai diventato indispensabile. La Cooperativa fondata nel 1976, è una realtà storica che ha fatto della continua ricerca della qualità un suo tratto distintivo.

Il presidente Salvatore Dell’Arte, si dichiara orgoglioso che siano fornitori di una nota catena di supermercati che ha dedicato una linea alle eccellenze italiane. Per ottenere e mantenere il contratto di fornitura il committente impone degli standard qualitativi più alti rispetto a quelli richiesti dalla media del mercato. Questo stimola tutta la catena produttiva verso la massima attenzione. Punto dolente, da un punto di vista paesaggistico e ambientale, sono le serre.

Dell’Arte assicura che la cooperativa è impegnata nella tutela ambientale, utilizzando materiali riciclati e riciclabili, ad esempio polietilene impiegato per la realizzazione delle coperture viene regolarmente smaltito. Le serre non sono belle ma aiutano a ridurre l’uso di prodotti chimici, questo a beneficio sia dei consumatori e degli agricoltori. I trattamenti sono mirati, effettuati se necessari e se un’area di coltivazione subisce un attacco di parassiti o muffe, grazie alle serre si può limitare il danno. Costante è il monitoraggi dei residui nel prodotto.

Il marchio PomoSi della Cooperativa comprende tutta la gamma dei deliziosi pomodori di Pachino, dal fresco agli insaporitori, ovviamente non possono mancare né le salse né i pomodori secchi. Partorendo dalla lavorazione tradizionale, con l’utilizzo delle tecnologie si mira a un prodotto finale di costante qualità.

Pachino terra di rosse eccellenze, una meta obbligatoria per gli appassionati enogastronomia.

Info:

Programma della Festa Della Vendemmia

https://www.facebook.com/Associazione-Vivi-Vinum-Pachino-183051128931957/

Per Visite al Museo Del Vino 392 9932187

Visita in Cantina Rudinì : www.vinirudini.it

Cooperativa Auora/PomoSi: www.pomosi.com

Foto di Maria Luisa Bruschetini, Pixabay

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  1. Bonini Franca 28 Settembre 2022

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