Otranto, nel Salento ricco di Storia e bellezze naturali

La Terra d’Otranto evoca martiri, cavalieri, monaci artisti, crociati e pirati. Il passato ricco di Storia
fa capolino in ogni angolo della città più ad est d’Italia. Camminando lungo i vicoli e le strade, sembra che
l’ombra di quanti vissero, combatterono e lasciarono un segno qui sia ancora presente.

Il trascorrere dei secoli ha reso Otranto uno spettacolo per gli occhi, attratti anche dai mille colori diversi. Il crema scaldato dal sole della pietra delle chiese e delle mura, l’azzurro intenso del mare, il rosso folgorante
della cava di bauxite nei dintorni, le tinte chiare intersecate l’una all’altra degli affreschi e di mosaici nei
luoghi di fede, i verdi e i turchesi delle ceramiche esposte nei negozi d’artigianato, il rosa acceso dei gerani
nei vasi accanto ai fichi d’India, il viola delle bounganville sulle pareti, il lilla degli agapontos nei giardini,
il giallo dei limoni esposti sulle bancarelle di ortaggi, il bianco degli scafi delle barche ancorate al porto che si distingue dal blu del mare e del cielo, quasi fusi come fossero un’unica entità.

E’ davvero bellissima, Otranto. Anche quando le nuvole nere si avvicinano e lasciano presargire un temporale
estivo. Ponte tra Oriente e Occidente, è un mix di culture, storie e curiosità. Basta attraversare il lungomare
con i ristoranti, le eleganti gelaterie e i giardini, per entrare dalla Porta Alfonsina, costruita a fine
Quattrocento con le mura per difesa, con tanto di feritoie per le balestre, per essere catapultati in un’altra epoca: qui inizia il centro storico medievale, con le sue salite, i palazzi, le chiese, fino al Castello, dal lato
opposto rispetto alla Porta.

Otranto, con le sue mura, testimonia il pregio e il difetto di essere in una posizione geografica particolare,
a rischio di invasioni e conflitti, come spesso si sono succeduti. I coloni greci fondarono un primo villaggio,
era l’espansione conosciuta come Magna Grecia, poi arrivano Longobardi, Bizantini, Angioini, Aragonesi, Ottomani,
e ancora Veneziani e Francesi. La città non ha avuto tregua in passato, complice il fatto di essere anche un
importante centro commerciale per i prodotti dell’entroterra, e ognuna di queste popolazioni ha lasciato
il proprio segno, che ora rende Otranto ancora più unica.

Forse il ricordo più indelebile di tutti è quello dei Turchi: il loro sbarco, su una baia più a nord della città, ancora oggi chiamata Baia dei Turchi e diventata una meta balneare, avvenne nel 1480 e comportò l’assedio per due settimane, poi tramite una breccia nelle mura gli invasori riuscirono ad entrare e si diedero ai saccheggi e alle più efferate crudeltà. Molti bambini e donne furono portati nell’Impero ottomano per fare da schiavi, altri furono violentati e uccisi, gli uomini vennero sterminati. Tranne un piccolo gruppo che si era nascosto, con il clero, nella cattedrale: servì a poco, gli ottomani fecero irruzione nel luogo sacro e siccome i sopravvissuti si rifiutarono di rinnegare la religione cristiana, vennero decapitati sul colle della Minerva.

Era il 14 agosto 1480, gli otrantini erano 800 e da allora vengono ricordati come i Martiri di Otranto. I
loro resti, ossa e teschi, sono sistemati, insieme alla pietra dove furono uccisi, in una cappella in fondo alla navata della cattedrale: un po’ macabra, ma di forte impatto anche per ricordare le morti infinite per le guerre di religione.

La Cattedrale, al contrario di questa cappella, è un luogo che trasmette pace e serenità, arricchita da un soffitto ligneo laminato d’oro. Eppure ne ha viste davvero tante: risale alla seconda metà dell’anno mille, fu costruita sui resti di antichi villaggi messapici, romani e paleocristiani e le colonne che si trovano nella cripta lo testimoniano ancora mentre l’aspetto ricorda la grande Moschea di Cordoba, ha subito innumerevoli assalti, i turchi
la trasformarono in moschea, fino a quando la città venne liberata dagli Aragonesi.

E’ un tesoro architettonico e artistico inestimabile soprattutto per il mosaico che ricopre l’intera navata:
rappresenta l’albero della vita, il bene e il male, e presenta molte scene pagane, anche per far sentire a casa proprio tutti gli “stranieri” che arrivavano a Otranto. Fu creato nel 1164 dal monaco Pantaleone, che viveva in un’abbazia di rito greco poco lontana, in pietra locale e pasta vitrea, i 9 mila metri quadrati e i disegni carichi di simbolismo, spesso rifacendosi ai bestiari medievali. Tra Adamo e Eva, Abele e Caino, la Torre di Babele, Salomone e la regina di Saba, i segni zodiacali racchiusi in cerchi e ognuno rappresentante il lavoro che si svolge nel mese dell’anno a cui fa riferimento, Diana che uccide il cervo, figure mitologiche, mostri allegorici, spuntano due curiosità: Alessandro Magno, considerato il re buono che espanse le proprie terre per un bisogno di unire i popoli, e Artù, il sovrano cattivo, che invece pensò solo al rendiconto personale.

Il mosaico, oltre ad essere un capolavoro artistico, è ancora oggetto di studi e alcuni ci hanno visto anche
un’ispirazione per l’Inferno di Dante, il quale probabilmente ne venne a conoscenza per i racconti dei mercanti
passavano da Otranto per poi risalire tutta l’Italia.

La Cattedrale non è la più antica chiesa della città: lo è la piccola cappella di San Pietro, bizantina e ricca di affreschi, che sarebbe del V secolo e fu eretta, si dice, in onore dell’apostolo che passò qui durante
il suo cammino dalla Palestina a Roma.

La passeggiata lungo le stradine del borgo storico porta al Castello Aragonese, ultimo baluardo di difesa del passato, con le sue mura che costeggiano il mare. Ha un fossato ( un tempo collegato da un ponte levatoio), tre torri cilindriche angolari, pianta pentagonale e un grande stemma di Carlo V sopra l’ingresso principale: fu voluto da Fernando I d’Aragona, subito dopo la ripresa della città da parte dei cristiani, insieme alle mura. Ora viene usato per mostre ed eventi e in una delle terrazze limitrofe si gode un panorama mozzafiato sul blu del mare e sul porto, testimonianza della vocazione commerciale e turistica della città.

Anche i dintorni di Otranto sono uno spettacolo per gli occhi. Come la cava di bauxite, pochi chilometri più a sud,
uno dei luoghi più scenografici del Salento, con il suo laghetto verde e la terra rosso intensa: ex miniera di estrazione del minerale, che serve nella produzione dell’alluminio, è stata in funzione fino al 1976. Poco lontano, il Faro di Punta Palascia segna il punto più ad est d’Italia, dove si viene ad ammirare l’alba a capodanno, a soli sei chilometri dalla splendida Otranto.

Info: www.viaggiareinpuglia.it
Foto di Sonia Anselmo
In collaborazione con Puglia Promozione

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