Maschera a Venezia, tradizioni di Carnevale

Suggestiva, romantica, evanescente, seducente come una dama che si fa corteggiare per le calli e
scompare ad ogni angolo. Venezia in maschera per Carnevale ha una marcia in più.

E’ una tradizione molto antica: l’usanza di coprire il volto viene segnalata già a fine del Duecento, quando una legge vieta agli uomini di mettere una maschera per un gioco all’epoca molto popolare, lanciare uova riempite d’acqua profumata alle signore che passavano nelle calli.

La maschera più tipica della Venezia del Settecento è la bauta: veniva indossata indifferentemente da tutti, nobili, plebei, stranieri, uomini e donne. Bianca, comprendeva a tricorno, mantellina e larva. Il labbro superiore veniva deformato e allungato dalla maschera, in questo modo anche la voce di chi la indossava era trasformata: un altro modo per non farsi riconoscere.

Le dame indossavano anche un altro ben noto modello: la moretta. Era una maschera ovale di velluto nero e veniva utilizzata principalmente dalle nobildonne che si recavano in visita ai conventi di monache.

Importata dalla Francia, si diffuse a Venezia con rapidità, in quanto donava un certo fascino essendo ornata di veli, velette e cappellini a larghe falde.

Era anche una maschera muta (cosa non sgradita agli uomini) poiché inizialmente la si indossava tenendola in bocca con l’ausilio di un piccolo perno. Durante il Carnevale, i veneziani si concedevano ogni tipo di trasgressioni e bauta e moretta erano utilizzate per mantenere
l’anonimato e consentire qualsiasi gioco proibito.

Il tabarro era anche spesso indossato per nascondere armi e a questo proposito vennero emanati non pochi decreti per impedire alle maschere di utilizzare il mantello per scopi illegali. Si racconta che anche gli ecclesiastici e le monache erano soliti indossare la bauta per coprire le proprie avventure amorose.

Durante la Repubblica Serenissima, i festeggiamenti duravano quasi sei settimane, dal 26 dicembre fino a Martedì Grasso, quando si tollerava ogni forma di baldoria prima che le campane annunciassero l’inizio della Quaresima.

Piazza San Marco e gli altri campi in tutta la città erano i palcoscenici ideali per organizzare festeggiamenti di ogni genere, rigorosamente in maschera.

La rappresentazione più spettacolare era il “volo dell’Angelo”, adesso il “volo della Colombina”: originariamente consisteva nelle acrobazie di un uomo, legato alla vita con corde, che veniva fatto scendere dalla cella del campanile di San Marco fino alla loggia di Palazzo Ducale per offrire al doge mazzetti di fiori e componimenti poetici.

Naturalmente non potevano mancare le cortigiane, il cui mito nacque a Venezia nel Cinquecento: in una città cosmopolita come questa, dove gli stranieri non mancavano, il fenomeno era non solo ben tollerato ma anche incentivato.

Una tipica moda veneziana del Cinquecento era quella di esibire scollature ampie e generose, talmente generose che era abitudine ravvivarsi i capezzoli con un tocco di carminio. “Geishe dell’Occidente” venivano definite, modelle di grandi pittori, amate da sovrani e uomini di chiesa, non erano semplicemente prostitute di alto bordo, ma persone colte, intelligenti ed estremamente raffinate con abiti elegantissimi e chiome biondo rossastro, il famoso rosso Tiziano.

La maschera è anche un oggetto di artigianato, anche oggi che viene venduta nei negozi tipici. Sin dal 1436 nasce la professionedei “maschereri” o “mascareri”, una branca dell’arte dei dipintori con un proprio statuto. Con loro, operavano anche i targheri, che erano i fabbricanti di maschere in cartapesta.

Dopo il divertimento sfrenato in maschera era di rigore il periodo di digiuno e penitenza quaresimale, e a tal motivo i dolci tipici del Carnevale veneziano sono molto grassi, fritti nell’olio e soprattutto molto saporiti.

Un’occasione in più per andare a Venezia e assaggiare quello che per secoli è stato ritenuto il dolce nazionale della Repubblica Serenissima: la frittella o frìtola veneziana, la quale veniva prodotta esclusivamente dai fritoleri, con uova, farina, zucchero, uvetta e pinoli, e poi fritta in olio, grasso di maiale o burro.

Altri dolci tipici del carnevale con origini molto antiche, probabilmente di epoca romana, sono i galani, detti anche chiacchiere, crostoli o lattughe. C’è una lieve differenza che li distingue: non tanto l’impasto, quanto il suo spessore la forma: i galani, tipico dolce lagunare, sono sottili, friabili e la loro forma ricorda dei nastri, mentre i crostoli, tipici della terraferma, sono grossi rettangoli con una pasta più spessa e meno friabile.

Info: www.carnevale.venezia.it

Testo di Sax Di Drego
Foto di Pixabay, Latitudinex

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