Laguna di Venezia, ecosistema tra Storia e tradizione

La nebbia è fitta sulla laguna di Venezia, la ricopre come fosse un manto impalpabile grigio, le regala quasi mistero e suggestione. Un gabbiano lancia il suo grido di richiamo nel silenzio dell’acqua che sembra immobile, il profilo dell’isola di San Michele si scaglia all’orizzonte, mentre dall’altra parte del canale emerge il faro bianco e nero di Murano.

E’ servito da centinaia d’anni per orientarsi e lo fa anche in una giornata autunnale dove la nebbia non ne vuole sapere di sollevarsi. Ma basta un raggio di sole filtrare dal cielo e subito la laguna di Venezia diventa argentata, riflettente e ammaliante.

E’ un mondo a se stante, un ecosistema da preservare fatto di acqua salmastra, vegetazione tipica, uccelli e pesci, di barche che vanno e vengono seguendo le indicazioni delle bricole, i grandi pali sistemati a gruppi di tre che indicano il sentiero del canale: basta sgarrare, sorpassarli e ci si ritrova impantanati nell’acqua bassa.

Un pericolo che conoscono bene i navigatori esperti, tra pescatori che hanno sempre vissuto di quello che la laguna di Venezia offre, conducenti di piccoli natanti, e comandanti di barche che offrono visite guidate
naturalistiche e non, e persino i vogatori che si allenano sulle loro gondole da gara e gli operai a bordo di chiatte con gru addetti al cambio dei pali di legno consunti. Basta poco e questi si sciolgono dall’abbraccio del metallo, corrosi dalle maree e galleggiano come tronchi morti, diventando un rischio per le barche: tutti si prodigano, appena notata la deriva, di avvertire chi di dovere oppure di caricarli a bordo e poi gettarli in posti sicuri.

I veneziani conoscono bene la loro laguna, ne sanno le insidie e il fascino. Chi viene da fuori, martellato
dai titoli di giornale non veritieri, potrebbe pensare che il peggio sia l’acqua alta delle maree: e invece no, quella è una questione di ogni giorno, due volte al giorno, ogni sei ore, non c’entra nulla la pioggia, anzi la colpa è del vento di scirocco, che alimenta la marea, già influenzata dal moto di rotazione della Terra e dall’attrazione lunare e solare.

La laguna di Venezia è composta da una settantina di isole, più o meno grandi, più o meno abitante: la città stessa
è un insieme di isole a forma di pesce, da qui partono i traghetti che fanno la spola e le barche che offrono le gite alla scoperta dei luoghi più importanti.

Ognuna con la propria caratteristica, le isole sono un mix di tradizioni, natura e Storia da scoprire. Come appunto San Michele, quasi attaccata a Venezia, trasformata da Napoleone, che volle le sepolture fuori le città, in cimitero. O come Sant’Erasmo, l’orto della città, dove si coltivano i locali prestigiosi carciofi violetti, poi venduti al mercato di Rialto. O come Murano, forse la più famosa di tutte, con il grande faro all’imbocco del porto e le vetrerie: fu qui che nel 1295, in seguito ad un decreto della Serenissima, che imponeva il trasferimento di tutte le fornaci di Venezia per evitare gli incendi alle case che ai tempi erano prevalentemente in legno, che nacque la tradizione del vetro artistico che porta proprio il nome di Murano in giro per il mondo.

Come Murano, anche Torcello, sempre nel lato nord della laguna di Venezia, ha un passato ricco di Storia. Anzi pare che fu proprio qui che arrivano i primi coloni dalla terraferma, si dice per fuggire ai barbari tra il V e il VII. In realtà, l’isola era già abitata in epoca romana e divenne il nucleo iniziale di quella che poi è diventata la Repubblica Serenissima.

Oggi, approdare sulla banchina di Torcello, camminare lungo il canale interno nel silenzio tra la nebbia, i richiami degli uccelli e il fruscio della vegetazione, ha qualcosa di spirituale, quasi ancestrale. Una sensazione che affiora anche affacciandosi sull’altro canale, con i pescatori di rientro, i gabbiani che stridono e volano sull’acqua, la salicornia che affiora tra il verde. Così non ci si stupisce più di tanto della grande chiesa, come se fosse naturale che qui ci sia un edificio religioso, che domina il borgo, attualmente abitato da sole 9 persone.

La Cattedrale di Santa Maria Assunta, con quello che resta dell’antico battistero e la rotonda chiesa di Santa Fosca, è stata fondata nel 639 ed è anche la costruzione più antica presente nella laguna di Venezia, anche se nel XI secolo fu rifatta. E’ un esempio perfetto di stile veneto-bizantino ed è l’interno che stupisce con i suoi mosaici: il catino absidale risplende d’oro con la Madonna Odigitria con in braccio Gesù Bambino, mentre al suo opposto, sulla parete d’uscita dalla basilica, il Giudizio Universale è una raffigurazione elaborata, ricca di particolari da notare. I mosaici furono creati tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, da maestranze bizantine e veneziane e l’insieme è una delle opere medievali più importanti dell’Italia settentrionale.

Sul prato davanti alla cattedrale, si vede il Trono di Attila, così chiamato, in realtà una poltrona in marmo destinata ai magistrati, un interessante museo con reperti, un piccolo vigneto e tanta tranquillità. A Torcello, però, non mancano bancarelle di oggetti artistici e ristoranti e bar per una sosta rifocillante con cibo tipico, come gli arancini di riso al pesce o gli immancabili cicchetti veneziani.

Ripresa la barca, la navigazione nella laguna di Venezia continua andando verso Burano. Si scende nella piccola isola di Mazzorbo, ex sede di tre monasteri. Oggi si intravede solo il campanile di uno di essi mentre si attraversa un vigneto, lasciato libero al transito, dove è stato riscoperto e viene coltivato l’antico vitigno della zona.

Poi si passa un ponte di legno ed ecco subito Burano, famosa per le sue case colorate. Un tripudio di rosa, fucsia, verdi, gialli, azzurri, in un labirinto di calli e campi, viuzze e piazze, che si riflettono nell’acqua dei
canali interni.

Per tradizione sono le abitazioni dei pescatori: la leggenda narra che i colori vivaci delle facciate servissero ai
buranelli per riconoscere la propria casa anche da lontano, dopo una lunga assenza. O forse per distinguerle anche in caso di fitta nebbia.

Di sicuro, rendono il luogo un incanto variopinto. Se Murano è l’isola della laguna di Venezia dedicata al vetro, Burano è quella legata alla tradizione dei merletti: ancora qualche signora si cimenta con ago e filo per creare questi capolavori, si può visitare il Museo dedicato a questa arte e molti negozi espongono sciarpe, abiti e quant’altro realizzati a mano.

Non solo merletto e colori, Burano è famosa anche per la sua gastronomia, in particolare per il risotto di go’, che poi sarebbe il ghiozzo, un pesce povero della laguna, e per i dolcetti come i bussolai e gli esse, biscotti da intingere nel vin santo.

Dal profano al sacro, la laguna di Venezia offre anche questo. L’isola di San Francesco al Deserto è un altro
luogo dove si respira un’atmosfera mistica. Tra Burano e Sant’Erasmo, è sempre stata un’oasi di pace e di meditazione.

La leggenda vuole che fu proprio San Francesco d’Assisi a fondare un primo convento qui: arrivò sull’isola nel 1220, quando era in cerca di un luogo dove pregare in tranquillità al rientro da un viaggio in Oriente, e fu accolto dal cinguettio di una moltitudine di uccelli, ai quali il Santo parlò. Pochi anni dopo, nel 1228, il proprietario dell’isola, il nobile veneziano Jacopo Michiel, fece costruire la prima chiesetta.

Da allora esiste interrottamente un convento di frati francescani, con una pausa breve nel Quattrocento, quando l’isola rimase deserta (da qui il nome), a causa di un peggioramento delle condizioni climatiche. Oggi i frati fanno da guida ai visitatori dalle 15 alle 17, mostrando i loro tesori religiosi, il chiostro rinascimentale e il bellissimo parco con il belvedere. (info www.sanfrancescodeldeserto.it/)

Da qui si godono il silenzio e l’aria salmastra, si vedono bene le barene, le tipiche isolette di vegetazione ideali per la fauna, e si sentono i richiami delle garzette e dei martin pescatori. In una pace che solo la laguna di Venezia, se pur ammantata di nebbia, sa dare.

Info www.veneziaunica.it

Foto di Sonia Anselmo

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