Il “Gran Milàn” di Tommaso Labranca

In più sedi hai ripetuto di non amare allontanarti da Milano. Come dobbiamo interpretare questa affermazione, come un profondo attaccamento alle radici o il frutto della constatazione che a Milano c’è tutto e che non è necessario spostarsi?
In entrambi i modi. È normale essere legati al proprio luogo di nascita, soprattutto se lo si frequenta da cinque decenni. Per quanto poi possa essere banale, il globalismo rende tutte le città uguali. E quegli spiriti cittadini che ho conosciuto nei libri oggi non esistono più. New York non è quella che faceva vibrare Warhol, Parigi non è quella in cui si muovevano Gertrude Stein e amici. Le città possono soddisfare turisti da weekend a digiuno di questi scenari. Ma chi invece li conosce e se li aspetta resta deluso nel non trovarli o, peggio, nel trovarli ricostruiti artificiosamente. Così resto a casa.

Qual è la cosa più bella di Milano, secondo te?
Che è l’unica vera città che esiste in Italia. Gli altri sono paesi appena più estesi. O gruppi di paesotti.

C’è un luogo comune da sfatare su Milano o sui milanesi?

Più che sfatare un luogo comune mi piacerebbe che nel resto del Paese si tenesse conto di come quelli che vengono visti come vizi e tratti milanesi sono in realtà caratteristiche dei neoimmigrati. Ossia di quei rampolli di famiglie borghesi venuti a Milano per studiare in Bocconi o per lavorare nelle società di produzione televisiva, completamente ignari di quello che la città è stata fino al 1992. Un vero milanese non andrà mai in un locale sui Navigli. Un vero milanese non farà mai un happy hour per urlare i suoi successi professionali agli amici. Un vero milanese non avrà la mania di andare via tutti i weekend. E per essere un vero milanese non serve il pedigree con generazioni di meneghini alle spalle. Serve solo capire che questa non è la città dell’esibizione, tutt’altro. E che i bauscia vengono dalla limitrofa Brianza. Mi raccomando: bauscia senza dieresi, secondo l’ortografia classica.

A parte le mostre, specie di arte contemporanea, che vengono organizzate a Milano e che richiamano ogni volta un grandissimo pubblico, credi che i milanesi conoscano il patrimonio artistico-culturale della loro città?

Credo di sì. Ma parliamo ancora una volta di milanesi originali e non di nuove acquisizioni. I neoimmigrati tendono a snobbare il patrimonio artistico autoctono e a esaltarsi se per vedere le stesse cose (spesso anche più brutte) hanno fatto parecchi chilometri.

>Una volta, in un’intervista sulle differenze tra Roma e Milano, Leo Longanesi ha detto “Milano crede di essere Milano, Roma sa di essere Roma”. Cosa ne pensi?

Che forse aveva ragione. Roma ama se stessa come Milano non è capace di fare. C’è un’espressione che mi fa sempre innervosire ed è tipica di chi non è della città. Davanti a una qualsiasi visione urbana dicono: “Non sembra nemmeno Milano”. E lo dicono davanti alle chiese, ai parchi, alle strade commerciali. A tutto, insomma. Però poi non sanno spiegarti come dovrebbe essere un panorama per poter richiamare effettivamente l’idea che hanno di Milano.

Sempre rimanendo nell’ambito delle differenze tra Roma e Milano, c’è una spiegazione al fatto che chi vive a Colleferro, Monterotondo o Zagarolo dice di vivere a Colleferro, Monterotondo o Zagarolo, mentre chi vive a Pozzuolo Martesana, Monza o addirittura a Saronno, dice di vivere a Milano?

È un problema geografico. Roma sorge praticamente isolata da quei centri. Quando entri o esci dai confini comunali ti trovi in piena campagna e il vuoto costruttivo che sussiste tra Roma e Zagarolo, per esempio, fa sì che si percepisca il vivere in due realtà diverse. Inoltre il cinema e la letteratura degli ultimi cinquant’anni hanno reso popolari in tutto il Paese quelle località, per cui non serve nemmeno dire che si trovano vicino Roma. Milano non finisce mai e anche dopo i cartelli che specificano i confini del centro abitato le case continuano in altri centri più piccoli. E dopo ancora. L’estensione della città vera e propria è piccola, ma questo continuum fa sì che uno si senta come nel capoluogo. Si devono tenere presenti la capillarità della rete di trasporto pubblico che rende facili gli spostamenti dal centro piccolo a quello grande, il fatto che molti lavorano a Milano o fruiscono dei suoi servizi. Inoltre, i toponimi dei tanti paesini intorno alla città non sono così noti. Io stesso scopro ancora oggi comuni a pochi chilometri da casa mia e che non avevo mai sentito nominare. È per comodità quindi che si dice di essere di Milano.

Luciano Bianciardi scriveva, a proposito della nebbia di Milano: “La chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano, se ne gloriano, come di un prodotto locale”. Negli ultimi tempi, per lo meno nei telegiornali, non si sente più parlare di nebbia. Forse non c’è più nebbia a Milano o la nebbia ha perso il suo appeal?

C’è meno nebbia, di sicuro. Perché non ci sono più quegli spazi vuoti che circondavano la città fino agli anni Cinquanta e la presenza delle costruzioni riduce la nebbia. Non c’è poi più quella declinazione della nebbia tipica degli anni dell’industrializzazione che si chiama smog, in quanto molte fabbriche sono state chiuse. Ci sono le polveri sottili, ma quelle non creano nebbia. Sicuramente la nebbia non ha appeal presso la già citata popolazione di neoimmigrati che, solitamente provenienti da roventi cittadine sul mare, ti insulta se dici che a te piace essere avvolto in quella cortina protettiva. Così, per quieto vivere, si evita di esprimere la propria opinione sulla nebbia. Che a me piace molto.

Nel 2003, in un capitolo de “Il piccolo isolazionista” hai scritto: “Dopo oltre venti anni di seconda cintura ho visto aumentare le case, modificarsi l’architettura, diversificarsi le etnie residenti. Ho visto persino qualcuno tornare indietro, facendo ipotizzare ai quotidiani il fenomeno inverso di ritorno alla città. Ma non ho visto alcun miglioramento nei servizi. Nessun prolungamento della metropolitana, nessun treno che darebbe invece ai minuscoli centri abitati sparsi nella metafisica infinita del mais un’atmosfera svedese, londinese, estranea comunque”. Oggi, a sette anni di distanza, la situazione com’è?

Sette anni non bastano a cambiare la situazione. E questo estratto pare cozzare con quanto ho detto prima a proposito della capillarità della rete di mezzi pubblici. La realtà è che c’è, ma potrebbe essere notevolmente migliorata, soprattutto nell’area in cui risiedo io, verso sud-est. Non ne faccio un problema personale, ma stranamente qui non si trovano mai i fondi per prolungare la metropolitana e invece si rimediano subito per quadruplicare strade già ampie. Ancora più importante sarebbe far sapere ai milanesi che esistono questi mezzi. Non so quanti siano a conoscenza del passante ferroviario con i suoi treni che attraversano la città passandovi sotto.

In Italia, si sa, mode e tendenze vengono sempre da Milano. In “Neoproletariato” (2002) ci hai illustrato l’odierno sogno italico della vita all’insegna delle tre “f” (fitness, fashion, fiction); in 78.08 (2008) quella secondo cui “l’orbita del cool ha un periodo di rotazione di venti anni”, per cui “dieci è noia, venti è moda, trenta è storia”; in “Haiducii” (2009) hai analizzato, tra le varie cose, la tipologia di italiano medio, con la smania si sfruttare ogni “ponte” per salire sul primo volo low cost verso un estero purché sia. Guardandoti intorno, hai già individuato quale potrebbe essere il prossimo must nella sfera del cool & trendy?

Credo proprio che si vada verso una riduzione dei consumi e non solo per la crisi, ma proprio per saturazione. E non è il solito ricettario per vivere cool senza spendere molto, come direbbero certe tremende riviste parlando di outlet e low cost. Non sarà il trovare il surrogato miserabile al lusso, come è stato negli ultimi dieci anni. Sarà proprio una riduzione delle spese, una specie di vita spartana come dopo la guerra. E ti assicuro che la guerra c’è stata e non è ancora finita. Me ne accorgo quando incontro gli ex colleghi del mondo dei media, anche loro rovinati dalla chiusura di molti giornali, dalla cancellazione dei budget televisivi. Ci si guarda e ci si saluta come si farebbe tra gli scampati a un conflitto. Non siamo ancora arrivati a dirci “Che bello, sei sopravvissuto!”, ma lo pensiamo. Torneremo a passare le domeniche all’Idroscalo invece che a Formentera. A mangiarci le tempestine in brodo a casa invece che il sushi in un finto giapponese. A usare per tre stagioni i vestiti invece che cedere alle sirene delle vetrine. Non saremo più felici, ma saremo più milanesi.

Tommaso Labranca (Milano 1962), scrittore, traduttore, autore televisivo, conduttore radiofonico, ha raggiunto la notorietà con il libro “Andy Warhol era un coatto” (Castelvecchi, 1994), cui hanno fatto seguito opere dedicate all’analisi delle tendenze della società contemporanea, come “Estasi del pecoreccio”, (Castelvecchi, 1995), “Chaltron Hescon” (Einaudi, 1998), “Neoproletariato” (Cooper Castelvecchi, 2002), “Il piccolo isolazionista” (Castelvecchi, 2006), “78.08” (Excelsior 1881, 2008), “Haiducii” (Excelsior 1881, 2009). Nel 1997 è stato uno degli autori del programma di Rai 2 “Anima mia” e, nel 2005-2006, su Play Radio ha condotto la trasmissione “Plug & Play”. Dirige la collana iPop della casa editrice Excelsior 1881 e scrive per diverse testate, tra cui Max, Oggi e Film tv, all’interno della quale cura la rubrica di costume Collateral. Tra le ultime opere, “Renato Zero. Da zero a Zero” (Arcana, 2009), “Michael Jackson. L’uomo nello specchio” (Rizzoli, 2009), “Taricone. La vita che desideri” (Rizzoli, 2010).

Foto di Latitudine X e Andrea Augusto Boccasile

Intervista di Paola Biribanti

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