Ghetto di Roma, angolo nascosto tra memoria e tradizioni

La Sinagoga appare dietro una curva incorniciata dagli alberi sul Lungotevere. Segna in qualche modo l’inizio, l’entrata al ghetto di Roma, uno dei più antichi al mondo e uno dei luoghi più segreti della capitale.

Un labirinto di strade, palazzi, ristoranti all’aperto, pasticcerie e panetterie, negozi, piazze e ruderi che ha un fascino tutto suo, come se immettendosi in queste vie si venga subito catapultati in un altro pianeta.

Dolore e morte, certamente, ma anche rinascita, vivacità, tradizione, cultura e storia che si fondono tutte insieme in un mix unico di sentimenti.

Il ghetto di Roma è sempre legato, oggi più che mai, alla Giornata della Memoria, ai rastrellamenti durante la secondo guerra mondiale, alla discriminazione arrivata all’apoteosi per mera considerazione politica e di potere. Ma ha anche angoli di bellezza antica, resti archeologici, fontane rinascimentali, piatti della cucina ebraico-romanesca, e soprattutto ricordi da non dimenticare.

Come le Memorie d’Inciampo, le lastre metalliche inserite tra i sampietrini delle strade con il nome e cognome di chi non è più tornato da quei campi. E’ la memoria di quel giorno terrificante, il 16 ottobre 1943, quando nel ghetto di Roma ci fu il più grande rastrellamento di ebrei della storia. Delle 1023 persone deportate, soltanto sedici sopravvissero, tra queste una sola donna e
nessun bambino. Una macchia indelebile che non deve essere cancellata mai.

Entrando da via del Tempio, che segue il perimetro della Sinagoga, il grande edificio art nouveau che ospita anche il Museo Ebraico, si viene inebriati dal profumo delle crostate di visciole e ricotta appena sfornate o dei carciofi alla giudia, e si perde per un attimo la cognizione, ma quello che c’è da esplorare prende il sopravvento sul palato.

Il ghetto di Roma rivela tantissime curiosità. Di fronte l’isola Tiberina, tra il lungotevere de’ Cenci, via Arenula e il teatro Marcello, oggi è sicuramente più vasto di quanto lo fosse ai tempi della fondazione. Voluto nel 1555 da papa Paolo IV, seguì un po’ l’esempio di quello di Venezia, creato qualche decennio prima e da cui viene la parola in dialetto, gheto, fonderia, perché nella città lagunare lì sorgeva proprio questo tipo di attività.

All’epoca, il Pontefice volle che gli ebrei, che abitavano in altre zone, soprattutto l’Aventino e Trastevere, fossero trasferiti in quest’angolo del rione Sant’Angelo, con l’obbligo di risiedervi, in un’area circoscritta a ridosso del Teatro Marcello e cinta da mura: queste durarono tre secoli, come il ghetto di Roma, fino a quando con l’Unità d’Italia vennero abbattute nel 1870.

Questa zona, così a ridosso del Tevere, era spesso soggetta a inondazioni, oltre all’aria
malsana. Inoltre era sovrappopolato, con le case a più piani, una appiccicata all’altra, con ponti di collegamento tra un isolato e l’altro.

L’acqua al ghetto di Roma era assicurata da due fontane, collegate all’acquedotto dell’acqua
Felice, tuttora esistenti: la Fontana delle Cinque Scole e quella delle Tartarughe. Entrambe progettate da Giacomo della Porta, la prima è chiamata anche del Pianto perché sorge davanti
alla chiesa di Santa Maria del Pianto ai Catinari mentre nella piazza all’epoca c’era l’edificio che racchiudeva le cinque scuole ebraiche.

La fontana delle Tartarughe, invece, si trova in piazza Mattei ed è legata ad una leggenda. Si racconta che il duca Mattei, della famiglia il cui palazzo si trova in questo spazio, perse tutto
il patrimonio giocando d’azzardo e il futuro suocero si rifiutò di concedergli la figlia in sposa. Allora il nobile fece realizzare in una sola notte la fontana, il giorno dopo invitò a palazzo la promessa sposa e mostrando l’opera disse: “Ecco che cosa è in grado di realizzare in poche ore uno squattrinato Mattei”.

Le tartarughe all’apice, segno distintivo della fontana, sono state aggiunte nel Seicento da Bernini: oggi quelle esposte sono copie, le originali, spesso trafugate e poi ritrovate, si conservate ai Musei Capitolini.

Al Ghetto di Roma, oltre alle opere rinascimentali, si trovano edifici di origine medievale e soprattutto molti reperti archeologici, essendo proprio alle spalle del Teatro Marcello. Il principale è senz’altro il Portico d’Ottavia, il complesso di epoca augustea che racchiudeva il Tempio di Giunone Regina e il Tempio di Giove Statore.

Qui in epoca medievale c’era il mercato del pesce, che arrivava con le barche da Ostia fino al porto fluviale di Ripa Grande. Da questo nasce la grande tradizione della cucina ebraica romanesca.

Tutti gli scarti del pesce venivano accatastati vicino alla chiesa di Sant’Angelo in Pescheria e le donne ebree povere andavano a raccogliere le lisce, le teste, le parti non usate. Con questi, aggiungendo l’acqua, ci facevano il brodo di pesce, una ricetta semplice e povera, che oggi è uno dei piatti più ricercati della cucina al Ghetto di Roma.

Da assaggiare anche i famosi carciofi alla giudia, fritti in olio abbondante, dalla forme fiorata, i filetti di baccalà, i fiori di zucca sempre con pastella e fritti, e la crostata di visciole e ricotta. Tutti tipici piatti della cucina del Ghetto di Roma.

Inoltre, la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, dove per secoli si svolgevano le prediche per convertire gli abitanti del Ghetto di Roma, è stata anche protagonista di un evento importante del Medioevo: qui il tribuno e condottiero Cola di Rienzo assistete, dalla mezzanotte della vigilia di Pentecoste del 1347 fino alle dieci del mattino seguente, a trenta messe dello Spirito Santo, prima di andare in Campidoglio, scortato da un centinaio di uomini, dove proclamò la Repubblica Romana.

Un segno di rinascita, partito da un angolo del ghetto di Roma, che ha saputo sempre nei secoli risorgere dalle tragedie e coltivare la tradizione, la cultura e la storia.

Info: www.turismoroma.it/

Foto dreamstime.com, pixabay, Sonia Anselmo

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