Civita di Bagnoreggio, il borgo fatato che rischia di morire

I campanellini si agitano nella brezza e il loro suono ha qualcosa di magico, sembra portare in un mondo di folletti. Sono in cima alla moderna opera d’arte che decora il ponte e sono perfetti per l’atmosfera che si respira qui. Civita di Bagnoreggio ha qualcosa di fatato, soprattutto se ci si trova da queste parti con la nebbia che inghiotte il ponte, l’unica via di accesso al borgo.

Ci hanno girato film qui, e non si fa fatica a immaginare come possa diventare facilmente una scenografia. E’ la città che muore perché sorgendo su una cima di tufo che si sta sfaldando rischia di perdersi per sempre. Un vero peccato, per questo ci si sono mossi in tanti, dalla Regione ai vip che la amano, per sottoscrivere
un appello e la candidatura a sito Patrimonio dell’Unesco.

Un’unica strada sospesa conduce al borgo arroccato, più che altro un ponte in salita con il vuoto sotto e vedute panoramiche intorno. Non è molto adatto a chi soffre di vertigini, ma un piccolo sacrificio si riesce a fare. Sopra lo stresso percorso si alternano visitatori e alcuni piccoli mezzi di trasporto con il pianale che servono per portare al borgo le merci e i rifornimenti e fanno la spola con il paese di Bagnoreggio, proprio lì davanti.

Il ponte è diventato a sonagli: fino ad ottobre 2015 ospita l’opera dell’artista Bruna Esposito, un’istallazione
con scope di bambù e campanelli perfettamente integrati nell’ambiente. L’accesso al borgo, così trasformato, rappresenta una sorta di rito di passaggio dove materiali di uso comune hanno lo scopo di costruire un percorso che richiama energie positive e allontana, come negli antichi riti, ogni negatività.

Una grande istallazione, di oltre 400 metri sul ponte, che sottolinea anche la necessità e l’urgenza di salvare Civita e di consegnarle energie positive. Sicuramente, dà ancora di più un tocco magico al borgo, che non sembra uscito da una favola solo nella via d’accesso.

Appena superato il ponte, e intrapresa l’ennesima salita, ecco la porta di Santa Maria, con due leoni che
tengono tra le zampe una testa umana, a ricordo di una rivolta popolare degli abitanti contro la famiglia orvietana dei Monaldeschi, che aveva il controllo da secoli della zona, nel Quattrocento. Subito ci si cala in quest’aura fiabesca del luogo, mentre si incontra uno dei tanti residenti: ha quattro zampe, pelo, vibrisse e coda.

I gatti sembrano i veri padroni del borgo: di ogni colore, appaiono rilassati e felici, si strusciano alle gambe dei visitatori, vanno a bere nelle ciotole, si scaldano al sole, salgono le scale di pietra delle case. Sembrano
dare il benvenuto a tutti quelli che hanno attraversato il ponte e vogliono ammirare la bellezza di Civita, già sfruttata dal cinema e dalla tv con vari film, persino uno con Totò, e fiction. Del resto, l’impressione di essere andati a ritroso nel tempo e di vivere in un’altra epoca è molto forte appena si varca la porta.

Se nei secoli Civita era addirittura in sovrapopolazione, oggi è disabitata. Solo qualche ristorante e b&b e alcuni negozi di di souvenir e di prodotti della grande tradizione enogastronomica della Tuscia, territorio nel quale si trova Civita, sulla valle del Tevere nell’alto Lazio, quasi al confine con l’Umbria.

Le case medievali in pietra, i vicoli, le piazze che si aprono all’improvviso continuano a dare l’impressione di
essere in una fiaba. Al centro della piazza principale la chiesa di San Donato, che custodisce un crocifisso ligneo molto amato in zona e protagonista di un antico rito del Sabato Santo, e il Palazzo Vescovile, oggi museo, mentre nel borgo resistono ancora un mulino del XVI secolo e la casa natale di San Bonaventura.

Perdersi nelle stradine e nei vicoli è di rigore, così come ammirare gli angoli fioriti, i panorami che si aprono sotto le mura sulla valle dei Calanchi, i blocchi calcarei che vengono erosi sistematicamente, nonostante già i Romani e gli Etruschi abbiano cercato qualche rimedio.

Fondata 2500 anni dagli Etruschi, Civita non era difficile da raggiungere come oggi. Anzi, ha vissuto parecchi periodi di prosperità, grazie alla posizione vicino a Bolsena e al Tevere utile per i commerci, nel XII secolo
fu per un breve persino “libero comune” per poi diventare parte integrante dello Stato della Chiesa. Tutto fino al 1695 quando un terribile terremoto provocò una frana e creando un’unica via d’accesso. Spopolata, nel 1764 subì un ulteriore crollo di altre porzioni della cittadina.

Nel frattempo, l’erosione è proseguita, anche grazie al sistema di opere pubbliche romane distrutto e all’intenso sfruttamento agricolo nei pressi dei calanchi, con riduzione dei boschi e con il terreno, già instabile di suo, privato della naturale “armatura” composta dalle radici degli alberi.

Il colle di tufo dove sorge Civita, che poggia su basi d’argilla, è continuamente minato dai fossi dei due fiumi che scorrono nella valle e l’azione degli agenti atmosferici. Le pendici si stanno sgretolando, come si può notare affacciandosi dall’alto della città. Per questo si cerca di correre ai ripari.

Intanto, però, il borgo vive di turismo, sempre più visitatori vengono a provare quest’atmofera unica e magica. Quando riprendono il ponte a sonagli per tornare indietro, mentre la luce del tramonto tinge di oro Civita, ne sono mai delusi.

Info: www.visitlazio.com
In collaborazione con www.visituscia.it
Foto di Sonia Anselmo

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