In Santa Croce a Firenze la Cappella Bardi è tornata a splendere. È di nuovo ammirabile il connubio Giotto e San Francesco. Due protagonisti dei loro tempi. Se pur in ambiti diversi seppero aprire uno sguardo nuovo al futuro. Giotto si fa cantore sublime di Francesco.
Il Pittore non ci offre una lettura estatica, contemplativa della vita del Santo. I sei episodi raffigurati nella Cappella Bardi hanno una forza narrativa dinamica. Una complessità vibranti di toni, contrasti e gesti da risuonare come musica. Giotto inventa uno spazio armonico con l’inserimento di architetture imprescindibili, rappresentate tenendo conto del punto di vista dell’osservatore. Mentre il fatto è affidato alla coralità dei personaggi.
Gran parte del ciclo di affreschi è tornato leggibile grazie al lungo restauro. Dal 2022 i 180 metri quadrati della superficie pittorica hanno richiamato intorno a sé oltre cento esperti di vari settori, partnership tra enti e istituzione, il tutto finanziato da molti privati. Un intervento che ha saputo richiamare una comunità di interessi e competenze convergenti. Il tutto sotto l’attenta direzione dell’Opificio delle Pietre Dure responsabile dell’intervento.
Grazie all’approccio interdisciplinare e alla tecnologia, il restauro della Cappella Bardi ci rivelato tanti aspetti di Giotto sia come espressione artistica e sia come imprenditore.
Per capire la portata dell’intervento bisogna fare un passo indietro.
Nel 1730 gli affreschi furono coperti. Riscoperti per caso nel 1852 dal pittore Gaetano Bianchi, che ne curò anche il recupero. Purtroppo la rimozione meccanica della calce, la scialbatura, ha compromesso l’opera, sia nelle aeree eseguite con la tecnica dell’affresco e massacrando quelle eseguite a secco.
Questo primo restauro fu eseguito secondo il pensiero dell’Ottocento, che a oggi ci fa inorridire.
Un secondo intervento fu necessario tra il 1957 e 1959. In primo luogo fu cancellato l’intervento ottocentesco per avvicinarsi a una logica più consona ai nostri tempi. Veniamo a oggi.
Le analisi effettuate ci hanno rivelato che l’intero ciclo di affreschi fu completato in 135 giornate. Ma non ha risolto l’enigma della datazione. A tutt’oggi rimane valido l’unico indizio che abbiamo. La presenza tra i Santi di San Ludovico da Tolosa che fu canonizzato nel 1317, quindi l’opera è sicuramente postuma.
Altri dettagli interessanti sono stati scoperti. Sappiamo che sicuramente intervennero più mani, un vero team di pittori che Giotto dirigeva e organizzava. Probabilmente anche l’uso delle tecniche diverse aveva la doppia valenza di rispondere ad esigenze artistiche ma anche di ottimizzazione dei tempi. La pittura a secco sfugge all’urgenza temporale dell’affresco. Le strutture architettoniche rappresentate furono incise o delineate con corde imbevute di colore e poi battute sulla parete.
Una curiosità, entrando sulla destra si possono vedere le pennellate fatte per scegliere il colore della tunica.
Gli episodi narrati si ispirano alla visione di Buonaventura di San Francesco come secondo Cristo. Questo è ben chiaro subito. Infatti all’ingresso della cappella in alto è raffigurato San Francesco che riceve le stimmate. Essendo la Cappella Bardi la prima destra dell’altare maggiore l’intento è evidente.
Se non bastasse questo straordinario capolavoro di Giotto a dare una buona motivazione per andare a Santa Croce, basta ricordare l’effetto che questa fece su Stendhal.
Fu proprio all’uscita di Santa Croce che avvertì quel malessere dovuto all’eccesso di bellezza, poi divenuto nota come sindrome di Stendhal.
E pensare che nel 1817 lo splendore della Cappella Bardi non era fruibile.
Info:
www.santacroceopera.it/
Foto di Maria Luisa Bruschetini
Articoli correlati:
https://www.latitudinex.com/italia/cappelle-medicee-splendore-rinascimentale-firenze.html
https://www.latitudinex.com/italia/medici-a-firenze-itinerario-tra-capolavori-e-curiosita.html
https://www.latitudinex.com/italia/orsanmichele-scrigno-di-tesori-a-firenze.html