Bassa Padovana, terre di bonifiche e pellegrinaggi

La Bassa Padovana è una terra tra Colli Euganei e Adige dove il paesaggio è stato disegnato e ridisegnato nei secoli. Qui l’uomo ha iniziato ad abitare terre di paludi e acquitrini. Qui la Repubblica di Venezia sfoderò le sue doti di domatrice d’acque.

Da queste terre arrivava la più pregiata canapa per realizzare cordami e vele per le navi della Serenissima. Tre musei, tra i vari della Bassa Padovana, aiutano a conoscere meglio storia e tradizioni di queste terre.

Sono i canali e gli scoli che si vedono oggi, attraversati da innumerevoli ponti, affiancati da lunghi e sinuosi argini, il segno dell’opera dell’uomo che fin dal neolitico ha abitato queste terre, ne ha tratto mezzi di sussistenza e infine le ha disegnate, regolamentando i corsi d’acqua e creandone di nuovi.

Sono i romani ad organizzare per la prima volta il territorio. Le tracce della centuriazione tra Este, Montagnana e l’area a sud verso l’Adige sono ancora visibili ad attenti studi.

I canali diventano sempre di più vie d’acqua, che collegano il vicentino e il veronese con Venezia e gli argini diventano frequentate vie di pellegrinaggio. Nel Medioevo tocca agli ordini religiosi provvedere al riassetto del territorio.

Nel 1406, quando Venezia conquista Padova e i suoi territori, inizia un processo di sistemazione urbanistica e territoriale e le grandi famiglie veneziane entrano nella toponomastica locale.

Gran parte della pianura della Bassa Padovana, interessata dal sistema dei “retrati”, una sorta di consorzi di bonifica dell’epoca, viene convertita ad uso agricolo. E grandi famiglie, come i Pisani, finanziano a suon di tasse le grandi opere idrauliche della Serenissima. È la ruralità il segno distintivo della Bassa Padovana con fattorie diffuse nei campi e grandi ville, segno della svolta agricola della terraferma tra il Cinquecento e il Settecento.

La maggior sorpresa tra i vari musei è sicuramente la carta del “Retratto del Gorzon” custodita al Museo Civico Etnografico di Stanghella. A parlare di carta ci si immagina un foglio, grande al massimo come una cartina geografica per turisti. Invece la carta del “Retratto del Gorzon” è lunga quasi otto metri (7,950 m) e larga poco più di tre (3,385) composta da 121 rettangoli di carta incollati su tela di lino. Datata 1633, è probabilmente il restauro e l’aggiornamento di carte più antiche.

La carta fornisce una preziosa e dettagliata illustrazione della situazione idrografica, ambientale e paesaggistica della Bassa Padovana, dove la Serenissima decide di “retrahere terram ab aqua” e quindi togliere quelle terre dall’acqua per renderle coltivabili. Siamo nel 1556 e la Serenissima vuole quantificare le tasse che i proprietari delle terre dovranno pagare per finanziare le opere di bonifica.

Nasce così la mappa catastale delle terre che da Montagnana vanno al mare. Con colori diversi, il territorio è catalogato secondo le capacità produttive dei terreni. Gli appezzamenti rilevanti riportano il nome dei proprietari, di solito famiglie del patriziato veneziano.

La Carta fornisce una serie di dettagli sia di tipo storico che ambientale, rappresentando antiche vie di comunicazione, vie d’acqua, acquitrini, zone paludose e laghi, città e villaggi, monasteri, case padronali, oltre ovviamente ai terreni sia coltivati che incolti.

Difficile smettere di perdersi nei particolari. Ma il museo custodisce anche molto altro. Il percorso narra la storia di queste terre, con reperti dell’età del Rame e del Bronzo fino a oggetti del Novecento. Si trovano un grosso cranio di orso e un molare di elefante antico: resti dell’ultima glaciazione.

Ricca e affascinante la sala delle ceramiche che espone pezzi rari come due scodelle e un piattino di legno di salice risalenti agli inizi del secolo XIV. Bellissimi i vasi e le pipe. La sala della ruralità ospita moltissimi attrezzi e oggetti della vita quotidiana in campagna.

Curiosa la ricostruzione dell’officina del fabbro con il mantice e la forgia, l’officina del carradore con torni a pedale e banco di lavoro. E poi c’è la stanza dell’osteria (il luogo di aggregazione sociale più importante dopo la parrocchia) con botti e tini, lunghi tavoli seicenteschi con sedie impagliate, antiche illustrazioni e la credenza: tutto proveniente da vecchie osterie del territorio.

Anima agricola e anima religiosa sono le caratteristiche dell’ex Monastero di San Salvaro nella frazione di Urbana, al confine con la provincia di Verona, al di là e al di qua del fiume Fratta.

Il complesso di San Salvaro, già esistente nel 1084, era centro di spiritualità voluto dal vescovo di Padova, probabilmente con l’intento di riorganizzare il territorio della diocesi in un punto di confine e lungo un’importante via di comunicazione. Dal 1408 e fino alla soppressione nel 1690 saranno i Camaldolesi a reggere il monastero che viene infine acquistato nel 1695 dai conti Carminati, una delle tante famiglie di “nobili per soldo” che diedero a Venezia l’ultimo aiuto economico.

Dalla vocazione agricola al successivo abbandono, l’ultimo capitolo della storia del monastero parla dell’acquisto da parte del Comune di Urbana e della Parrocchia. Il successivo restauro ha dato vita ad un Ostello e al Museo delle Antiche Vie, dedicato alla storia della cultura rurale e del territorio. Prima di lasciare questo tranquillo angolo di campagna, va fatta visita alla chiesa di San Salvaro, ossia del Cristo Salvatore: piccolo scrigno che conserva, nel catino absidale, un mirabile affresco con un Cristo in mandorla risalente alla fine del Duecento.

La caratteristica agricola della Bassa Padovana ha avuto, fino alla metà del Novecento, una specializzazione molto interessante. Qui si coltivava la canapa e i tanti canali che solcano queste terre ne ricordano la complessa lavorazione. Il piccolo ma ricchissimo Museo della Canapa del Basso Padovano a Megliadino San Vitale, partendo da gomitoli e tovaglie, attraverso la ricostruzione di vecchi ambienti come la cucina e la camera da letto, promuove la conoscenza della canapa, il suo ciclo di vita, i metodi di raccolta, gli utilizzi in ambito quotidiano.

Non si sa con certezza quando la coltivazione della canapa venne introdotta nella Bassa Padovana, ma c’è un documento del 1290 che la nomina. Di sicuro per 700 anni la canapa ha caratterizzato queste terre. Agli inizi del Quattrocento la conquista da parte di Venezia dell’entroterra veneto ha portato l’interesse verso la coltivazione della canapa, necessaria per realizzare vele e cordami per le navi.

Opere idrauliche, regime delle acque, ubicazioni dei maceratoi necessari alla prima fase della lavorazione, controllo sulle sementi: tutto era stabilito da Venezia che voleva garantirsi una produzione rispondente alle sue esigenze e stabile nel tempo, oltre a tutelare le proprietà dei nobili veneziani che divennero sempre più numerose nel territorio dopo la grande bonifica del 1556 con il noto “Retratto del Gorzon”.

La canapa che proviene da questi territori nel Seicento e nel Settecento è molto pregiata tanto che, anche in periodo di declino della Serenissima, pur con minore esigenza di tele e cordami, la produzione di canapa nella Bassa Padovana viene tenuta attiva. Fino agli anni Cinquanta del Novecento ogni famiglia di queste zone aveva un pezzetto di terra coltivato a canapa ad uso familiare.

Oggi si parla di possibili nuovi sviluppi della coltivazione della canapa per la produzione di tessuti ma anche di carta o farina. Dal futuro di queste terre, indietro fino alle mappe della Serenissima e alle tracce dei primi insediamenti umani, i musei della Bassa Padovana raccontano una lunga storia che fa tornare visibile e comprensibile l’anima di un territorio in cui l’uomo ha sempre vissuto in costante dialogo con la natura.

Informazioni:
https://museo.comune.stanghella.pd.it/
https://museo.comune.stanghella.pd.it/museo-delle-antiche-vie-di-san-salvaro/
https://ecomuseocanapa.it/
GAL Patavino #daiColliall’Adige

Foto: Vittorio Galuppo

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