Abbazia di Pomposa, spiritualità e arte in Emilia

Lungo la striscia di terra che porta all’Abbazia di Pomposa l’arancione delle zucche e il viola delle melanzane, esposte sui banchetti, sono una macchia di colore acceso tra il verde circostante e l’acqua.

Il campanile svetta nel territorio come fosse un faro d’orientamento da secoli,
esattamente dal 1063, quando fu aggiunto al centro monastico: da allora
milioni di pellegrini e visitatori hanno potuto ammirare i grandi tesori artistici, religiosi e architettonici, nel comune di Codigoro, a 50 chilometri da Ferrara e 20 km da Comacchio, nel parco regionale del Delta del Po in Emilia Romagna.

Nota sin dall’antichità, questa striscia di terra era l’Insula Pomposiana, un’isola boscosa circondata da due rami del Po e protetta dal mare, perfetta per la meditazione e il lavoro di alcuni monaci benedettini. In epoca longobarda, fu realizzata una cappella, che più tardi, intorno al IX secolo, fu
ampliata e divenne una piccola abbazia benedettina, che crebbe di importanza e prestigio grazie a donazioni private.

Il periodo d’oro per l’abbazia di Pomposa iniziò dopo l’anno Mille, quando divenne un centro monastico importante, dedito alla preghiera e al lavoro, dove si sviluppò, grazie all’abate Guido, l’attività amanuense. Molti gli ospiti illustri come il monaco Guido d’Arezzo, che qui inventò la scrittura musicale basata sulle sette note.

Fu proprio Guido d’Arezzo ad appellare il centro religioso “Monasterium in Italia princeps”: in quel periodo l’intera struttura aveva anche due chiostri, uno dedicato all’abate San Guido, la torre dell’abate, edifici di servizio e di lavoro, la biblioteca, giardini e orti.

Molto si disperse con il trascorrere dei secoli: con la deviazione del Po, l’isola cominciò a diventare insalubre, per via delle paludi circostanti, e il monastero perse potere, fino al 1553 quando fu abbandonato.

Soltanto a fine Ottocento l’Abbazia di Pomposa venne recuperata dallo Stato Italiano e restaurata, trasformandosi in uno dei più preziosi siti storici
e religiosi del Nord Italia.

Quello che rimane dell’Abbazia di Pomposa è la chiesa di Santa Maria, il campanile, alcune stanze del convento, il Palazzo della Ragione, dove l’abate
esercitava la giustizia per il territorio circonstante. Nell’antico dormitorio
è stato creato il Museo Pomposiano, dove sono conservati materiali marmorei, ceramiche, oggetti liturgici e affreschi.

Oggi l’Abbazia di Pomposa è un splendido esempio di architettura romanica e prestigio medievale, quando era un punto di riferimento per la storia, la cultura e la spiritualità.

Il cuore è la chiesa di Santa Maria, costruita nel VIII secolo, con materiali di spoglio provenienti dalla Ravenna bizantina, poi allargata come con l’atrio che caratterizza la facciata.

L’autore di questo atrio di ispirazione orientale fu il “magister Mazulo” che chiede ai visitatori di pregare per lui nella lapide affissa sulla parete.
Ricamato da fasce e croci in cotto lavorato a “tralcio abitato” e arricchito da transenne traforate con grifi separati dall’albero della vita, è una delle preziose curiosità dell’Abbazia di Pomposa.

I decori, tipici del mondo orientale, sono alternati a animali simbolici, come l’aquila, il pavone o il leone, e vennero utilizzati anche nel campanile, costruito pochi anni dopo, come vuole la lapide alla sua base, dal maestro Deusdedit nel 1063.

L’interno della chiesa è assolutamente prezioso, con il pavimento a mosaico originale del 1026, diviso in quattro tipi di decori, uno dei quali con animali incorniciati e un altro con disegni raffinati.

Ma i veri tesori dell’Abbazia di Pomposa sono gli affreschi che ricoprono per intero le pareti delle navate e dell’abside.

Quest’ultimo è opera di Vitale da Bologna nel 1351. Raffigura Cristo che benedice tra schiere di santi ed angeli, alla destra la Madonna, San Guido Abate e l’abate committente Andrea, mentre al di sotto sono stati dipinti evangelisti e dottori della chiesa e tra le finestre ci sono i Santi Martino e Giovanni Battista e le storie di San Eustachio.

Gli altri affreschi dell’abbazia di Pomposa, attribuiti a maestri della scuola Vitalesca, ritraggono storie dell’Antico Testamento, del Nuovo Testamento e dell’Apocalisse. Nella controfacciata campeggia un Giudizio Universale.

Nella sala capitolare, poi, gli affreschi furono eseguiti a inizio del Trecento
e sono stati attribuiti ad un artista che lavorò a stretto contatto con Giotto,
impegnato negli stessi anni a Padova. Rovinati dal degrado dei secoli, sono
comunque un raro esempio artistico con la Crocifissione, i Santi Pietro, Paolo,
Benedetto e Guido.

Anche nel refettorio si trovano altre storie dipinte nel Trecento, in particolare una Ultima Cena e una scena che riprende un miracolo del Santo Abate Guido. Proprio qui, il Santo avrebbe trasformato l’acqua in vino sotto lo sguardo del vescovo di Ravenna, Geberardo, e degli altri monaci.

Un affresco che ricorda l’importanza storica, artistica e spirituale dell’Abbazia di Pomposa dal passato così illustre.

Info:
www.comune.codigoro.fe.it/web/guest/home
www.visitferrara.eu
www.emiliaromagnaturismo.it

Foto di Sonia Anselmo, dreamstime.com

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