Vukovar, la memoria, la rinascita e l’orgoglio in Croazia

Il fiume scorre lento sotto il cielo carico di pioggia. Le piazze e il ponte pedonale di Vukovar sono bagnate d’acqua, le scale scivolose e umide, la colomba simbolo cittadino grondante, i vasi
di fiori sono un tocco di colore nel grigio imperante. Eppure un attimo dopo quando la pioggia smette, la città croata in riva al Danubio muta aspetto.

Luccicante, il municipio si riflette nel nuovo palazzo a specchio, la via principale si anima, la gente cammina veloce con le buste della spesa o entra nei bar, i negozianti espongono all’esterno i loro prodotti. Vukovar cambia colore e vita.

Sembrerebbe quasi un gioco del destino, come se le condizioni meteorologiche vogliano mettere l’accento sul passato drammatico e sul presente più sereno. Vukovar è risorta dalle sue ceneri, un po’ come una fenice.

Ancora ci sono sparsi qui e là i segni della guerra: l’iconica cisterna d’acqua, l’ex hotel bombardato, tante case mutilate dalla faida. Tutto rimane a memoria della follia. La battaglia di Vukovar, con il conseguente assedio e distruzione, si combatté nel novembre del 1991, la più terribile in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Eppure nei giardini, le croci e le bandiere, i fiori e i cestini di vimini usati come fioriere, i dettagli dei palazzi che sembrano tinteggiati di fresco, le chiese ricostruite: tutto sembra guardare al futuro.

Come i sorrisi delle guide che accompagnano i visitatori alla scoperta di Vukovar: parole orgogliose e espressioni serene, anche quando raccontano i drammi, senza recriminare o lamentarsi.
Solo i fatti, crudi e commoventi.

Le guide spiegano della posizione geografica di Vukovar, che ha portato sia benessere che tragedia: sulla riva del Danubio e del suo affluente Vuka, al confine con la Serbia, circondata da vigneti,
in epoca romana era chiamata Valdasus, dotata di un castro a difesa della Pannonia. Anche se le origini sono ancora più antiche: risalgono all’età del Bronzo, come nel vicino sito archeologico di Vučedol.

Proprio da qui arriverebbe l’attuale simbolo di Vukovar: una buffa colomba che sembra una grossa anatra, oggi posta nella piazza principale della città. In realtà, è ispirata ad un vaso recuperato nel sito archeologico, che probabilmente veniva usato dagli sciamani locali per i loro rituali e chiamato Vucedol Dove o vučedolska golubica.

Un legame con il passato più arcaico, che proprio per la posizione geografica nelle pianure tra gli affluenti e il Danubio, ha reso l’antica Vukovar un luogo di incroci di influenze, etnie e domini, tra cristiani e musulmani, tra celti, romani, ottomani, magiari, serbi e croati.

In più, nei secoli Vukovar è sempre stata un centro commerciale fiorente, dovesi svolgevano mercati di ogni genere, agricoli e di bestiame, proprio grazie alla vicinanza del Danubio. Sotto l’impero austro ungarico era una fiorente città dall’aspetto mittleuropeo con musei, gallerie d’arte ed edifici barocchi.

Nell’Ottocento c’erano parecchie industrie, in particolare quella delle scarpe, voluta, per la prima volta all’estero dopo la natia Repubblica Ceca, dal colosso Bata.

I vertici dell’azienda ceca, come avevano fatto nella loro sede originaria di Zlin, costruirono intorno alla fabbrica vera e propria un intero complesso per gli operai, case, scuole, palestre
e quant’altro. Così Vukovar si espanse e continuò ad essere una città florida anche durante il periodo della Jugoslavia.

Dopo la guerra dei Balcani, che distrusse il 95% della città, si dovette ricominciare tutto da capo anche con la fabbrica di scarpe, arrivò un grande e nuovo successo: da allora le linee sportive o per ragazze sono diventate di tendenza. Oggi tutte le teenager vogliono le Borovo, anche grazie a colori, materiali e forme diverse per le sneakers, mentre gli sportivi di ogni disciplina le usano.
I negozianti del centro di Vukovar le espongono tutti soddisfatti.

Un altro motivo di orgoglio è lo sport, in particolare la squadra di calcio locale, oltre ad uno dei calciatori più amati in Italia, Siniša Mihajlović, che nacque qui da madre croata e padre serbo, chiaro esempio dei matrimoni misti di prima della guerra.

Una passeggiata in centro porta a scoprire le antiche bellezze architettoniche ricostruite, come il monastero francescano, la parrocchiale SS Filippo e Giacomo, la chiesa ortodossa di San Nicola, la casa natale del Premio Nobel per la chimica Lavoslva Ružička, la piccola chiesetta di San Rocco, oltre ai nuovi edifici contemporanei.

Ma sono le prove tangibili della guerra, le abitazioni ancora martoriate, l’ex serbatoio idrico lasciato così ad eterna memoria, a suscitare emozioni. Qui e là i giardini sembrano una costante di Vukovar, a ravvivare l’anima tra i fiori e le aiuole variopinte.

Meta imprescindibile nella visita a Vukovar è la residenza del XVIII secolo in riva al Danubio. Questo elegante palazzo barocco, appartenuto alla famiglia tedesca Eltz, ha subito tutte le traversie cittadine ma oggi, completamente restaurato, è diventato il Museo civico.

Nei suoi tre piani si possono ammirare le sale dedicate all’archeologia, con numerosi e stupefacenti reperti, tra cui il vaso a colomba, quelle dedicate al museo etnografico con oggetti del folklore e della quotidianità contadina, costumi e arredi tradizionali, e infine una
collezione di opere d’arte e mobilio appartenuti alla famiglia Eltz.

E’ il terzo piano, però, quello che lascia il segno nel visitatore: qui un megaschermo racconta la battaglia di Vukovar, la distruzione, i bombardamenti, la morte. In un crescendo di commozione che fa uscire dalla sala con le lacrime agli occhi. Giustamente la memoria rimane viva a Vukovar, ma la rinascita prosegue e guarda al futuro con orgoglio.

Info:
https://croatia.hr/it-it
Foto di Sonia Anselmo, Sasa Pjanic, Matija Sculac dreamstime.com
Si ringrazia l’Ente del Turismo della Croazia per la concessione di due foto a corredo dell’articolo

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