Meteora e i monasteri fuori dal tempo

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Solitudine e totale dedizione alla preghiera furono le ragioni che spinsero nei secoli migliaia di religiosi a rifugiarsi nei monasteri “sospesi nell’aria” (traduzione letteraria dal verbo meteorizon, da cui hanno preso il nome ). È quasi impossibile immaginare gli sforzi di questi anacoreti che, pietra dopo pietra, a mano, con il solo aiuto delle carrucole, trasportavano su picchi quasi inaccessibili, alti fino a 600 metri, tutto il necessario per costruire i loro monasteri. La secolarizzazione, il tempo e l’incuria hanno però portato alla rovina uno dei siti religiosi più affascinanti del mondo. Delle 24 imponenti costruzioni edificate su queste rocce di arenaria formatesi circa 30 milioni di anni fa sotto il mare, quando i colpi dell’acqua sull’argilla hanno modellato forme bizzarre che sono rimaste alte e spoglie dopo che il mare si è ritirato, solo sei sono ancora in parte abitate e visitabili: Aghios Nikolaos, Aghios Stefanos, Aghia Triada, Varlaam, Roussanou e Gran Meteora. Delle altre sono scomparsi persino i ruderi. L’architettura di questi monasteri è legata alla quasi mancanza di spazio disponibile per cui i vari edifici sono situati a livelli differenti. Alcuni imbiancati a calce, altri presentano facciate bizantine di pietra e laterizio e cupole che sovrastano logge e balconate di legno sporgenti sopra spaventosi dirupi. Aghios Nikolaos è il primo monastero che si incontra lungo la strada: per raggiungerlo bisogna prima salire la collina tramite 143 gradini fino ai piedi della rupe e quindi altri 85 gradini tagliati nella roccia. Si racconta che i primi asceti avessero abitato questa piccola e relativamente bassa rupe durante il XIII Secolo. Aghios Stefanos è unito alla rupe principale da un ponte levatoio: questo antico eremitaggio è ora un monastero femminile. Aghia Triada (Santissima Trinità), situata su un pinnacolo estremamente arduo, ricompensa la fatica nel raggiungerlo salendo ben 140 gradini scavati nella roccia: la posizione eccelsa del monastero ripaga ogni disagio e non a caso venne scelto per girare alcune scene del film di James Bond “Solo per i tuoi occhi”.
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Il monastero di Varlaam, somigliante più a una fortezza, venne fondato nel XIV Secolo da un monaco eremita di nome Varlaam appunto, che salì sulla roccia, vi costruì una piccola cappella, alcune celle e lì visse sino alla fine dei suoi giorni. Rimase poi disabitato per quasi due secoli, quando due monaci, provenienti dal Gran Meteoron, iniziarono la costruzione del monastero che prese il nome dell’antico eremita. La cappella del monastero conserva ancora parte del fascino originario e la biblioteca custodisce numerosi manoscritti antichi. Sulla roccia più bassa – come equo tributo alla supremazia maschile – c’è il convento di Roussanou, un’altra comunità di suore nel romitorio degli anacoreti. Gran Meteora è il più alto (623 metri), il più popolato e anche il più visitato. Fu il monaco Attanasio nel 1344 ad iniziare la costruzione erigendo la chiesa della Trasfigurazione e vi impose le austere regole della Sacra Montagna, escludendone rigorosamente le donne. Altri gruppi di eremiti seguirono il suo esempio, organizzandosi in comunità conventuali, ma il Gran Meteoron mantenne sempre la preminenza sugli altri. La chiesa, simile a quella dei monasteri di Monte Athos, pianta a croce e cupola a dodici lati, conserva diversi affreschi con scene sacre che hanno resistito al tempo e alla scarsa cura. Quando si è sul posto, viene naturale immaginare la vita di un tempo quando decine di monaci trascorrevano la loro esistenza tra stenti e privazioni, dando ospitalità a re e imperatori in cerca di silenzio e pace. Il chiostro, il refettorio e le cappelle sono una commovente testimonianza di un modo di vita che non esiste più, una vita penosa e dura per la quale occorreva un fervore religioso incomprensibile alle future generazioni. Sebbene tutti i monasteri dispongano di affreschi, arredi sacri finemente cesellati e prestigiosi tesori di oreficeria, lo splendore medievale di un tempo non si potrà mai più far rivivere ma almeno ne è conservata la vuota conchiglia.

Come arrivare
Le “porte” per accedere a Kalambaka sono fondamentalmente tre: Atene e Salonicco con l’aereo e Igoumenitsa via mare. Dalla capitale esiste un servizio di pullman fino a Trikala e da qui a Kalambaka. Da Salonicco si arriva direttamente col treno, mentre da Igoumenitsa si raggiunge in autobus prima Ioannina, dove si effettua un trasbordo per la meta finale.

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