Berlino, le tracce del Muro per non dimenticare il passato

Il cielo sopra Berlino è plumbeo, foriero di neve. Persino la Torre della Tv, normalmente visibile da qualunque
parte, come fosse un faro di orientamento, è camuffata dalla nubi. Grigia la sua sommità rotonda, grigio il memoriale all’Olocausto, grigio l’orizzonte sopra i cavalli della Porta di Brandenburgo.

Pare quasi che Berlino metta in scena un’atmosfera triste, drammatica, che ben si confà al suo passato. Tutto sembra fatto apposta per non lasciar dimenticare le tragedie e la sofferenza che ha vissuto la città. Il Nazismo
e la guerra prima, dopo il Muro per ventotto anni che l’ha divisa in due.

Oggi la ferita non è più sanguinante, è rimarginata e le sottili placche sui marciapiedi sono solo un’indicazione, un ricordo, così come lo sono quelle dedicate ai martiri ebrei che fanno capolino lungo le strade. Non dimentica Berlino, accantona e lascia nella memoria, ma basta una foto, una canzone, una scena di un libro o di un film a portare fuori le tracce e a farle tornare vibranti.

Basta un giro al Chekpoint Charlie, l’ex punto di controllo per l’attraversamento del confine tra Ovest ed Est. In mezzo alla via Friedrichstrasse, ormai via dello shopping, risaltano subito le facce di giovani soldati: da una parte il sovietico, dall’altra l’americano. E viene subito da chiedersi che fine abbiano fatto quei ragazzi in divisa, armati, che pattugliavano questa terra di nessuno.

Sotto i manifesti, è ricostruito il posto di guardia, con tanto di finti soldati, sacchi di sabbia accatastati e
guardiola: uno di loro chiacchiera con i turisti e stampa sul loro passaporto un timbro a ricordo, gli altri si mettono in posa per un selfie. Una scena rasserenante, ma nell’ottobre del 1961 non andò così, con i carri armati sovietici e statunitensi che si affrontarono per 48 ore, in una prova di forza che fece temere lo scoppio di un’altra guerra.

Poco lontano, nascosto dietro l’insegne di un fast food, il “Museo del Muro”, racconta aneddoti, storie di evasioni e di disperazione, ma anche la voglia di pace. Si trova nell’ex parte degli alleati, all’angolo alcune bancarelle vendono memorabilia sovietiche, medaglie, trofei, cappelli, pezzi di divise, persino maschere antigas e matrioske.
Curioso come una tragedia umana possa diventare materiale commerciale, anche l’obbligo di non dimenticare si impone lo stesso.

A questo ci pensa, appena traversato il Checkpoint Charlie, l’esposizione che si trova nell’ex parte sovietica: qui pannelli e fotografie, oltre che una mostra multimediale, spiegano la cronologia. Una lastra plastificata, invece, riporta tutte le date e i nomi di quelli che tentarono di forzare il blocco qui e passare nell’Ovest: ironia della storia, l’ultimo che ci provò lo fece pochi mesi prima della caduta del Muro, a novembre 1989.

Se si continua sulla Friedrichstrasse e si sta attenti ai dettagli, senza farsi prendere dalle luci ammalianti dei negozi e dei ristoranti, si scoprono altri piccoli segni: una colonna con i nomi di chi combatté per la pace, le piastre lucide sui marciapiedi a ricordo dei martiri dell’Olocausto. Spesso a Berlino, le tragedie della Storia si toccano con mano, si alternano, si sovrappongono.

Così basta fare poca strada e visitare il centro dedicato alla Topografia del Terrore: qui fino al 1945 c’era il sinistro quartier generale del Terzo Reich, con gli uffici di Gestapo, Servizi Segreti e SS. Basterebbe questo per far rabbrividire, con le celle sotterranee riportate alla luce poco prima della Caduta, ma era già l’Ovest. A Potsdamer Plaz, pochi metri più in là, sotto i moderni grattacieli, rimane custodito alla visione di tutti un pezzo originale del Muro. La piazza non esisteva, era uno spazio desolato, e qui passava la barriera di filo spinato, cemento, torrette e paura, alle spalle c’era la cosiddetta terra di nessuno, un deserto grigio che grondava terrore.

Oggi ci sono centri commerciali, ristoranti, strade larghe e trafficate, piccoli parchi e palazzi di uffici e musei. Ma dove ti giri, trovi il segno del Muro. Non concretamente, ma con quello che ha significato, con musei, mostre ed esposizioni. Lungo la Eberstrasse, che collega Potsdamer alla porta di Brandenburgo, costeggiando
il bel parco Tiergarten, altri dettagli saltano agli occhi, spazi vuoti con i resti di filo spinato, pezzi di cemento armato, fino a che si incrocia il Memoriale dell’Olocausto: contro il cielo plumbeo risaltano ancora più grigie e gelide le 2711 pietre rettangolari, create nel 2005 da Peter Eisenman, a ricordo degli ebrei morti nei campi di sterminio.

Poco oltre, la Porta di Brandenburgo fa riaffacciare alla memoria, invece, le scene di giubilo del 1989 ed è tornata ad essere un simbolo di pace. Tra turisti e abitanti che vengono qui a festeggiare ogni occasione, anche i matrimoni, la Porta sembra riflettere la voglia di vita di Berlino.

Il sole sbuca all’improvviso, tinge il cielo di un celeste quasi irreale, la Torre riprende ad essere un faro d’orientamento e si scaglia tra le nuvole bianche con il campanile della duecentesca Marienkirke lì vicino: così, in uno scatto che sembra un mini riassunto della storia berlinese, da una parte l’antico splendore, dall’altra le sofferenze del Novecento. Un accostamento che fa pensare, così come appare evidente la voglia di leggerezza e colori di Berlino: soprattutto con i grandi orsi, simbolo della città dalla fondazione, (anzi, lo stesso nome di Berlino, viene da Bär, orso, si trova sulla bandiera ed è il protagonista del premio del festival cinematografico), di ceramica messi davanti a negozi e uffici, nei punti strategici della città.

Una trovata geniale a favore dei turisti, forse, ma comunque donano vivacità e inducono al sorriso. Quasi a riscattare con il colore e la gioia che ispirano il passato cupo. Un po’ come lo è l’East Side Gallery, la più grande galleria d’arte all’aperto del mondo. Su una riva dello Spree, è quello che è rimasto del Muro, un lungo tratto, 1,3 chilometri, in Mühlenstrasse, nella ex Berlino est.

Nel 1990 arrivarono qui 118 artisti di 21 Paesi per celebrare la caduta, la libertà e lo spirito di riconciliazione attraverso la realizzazione di questa grande opera. I murales c’erano già sul lato occidentale del Muro, mentre qui
gli artisti si trovarono una tavolozza di cemento grigio da dipingere. Oggi non sono solo un capolavoro di dipinti murali e una testimonianza grafica, sono diventati anche il simbolo della Berlino contemporanea.

Come il “bacio mortale” di di Dimitrji Vrubel, che raffigura Erich Honecker e Leonid Breznev che si baciano sulla bocca, diventato soggetto per cartoline, quadri, magneti, di tutto per i souvenir, insieme agli omini, rosso e verde, dei semafori che ancora si accendono in quello che era la Berlino dell’Est. Davanti al murale ci sono lunghe code di gente che vuole farsi fotografare, le coppie baciandosi, in un moderno rito.

Molti dipinti sono emozionanti, come quello con le colombe della pace, mentre l’auto più diffusa nell’ex Germania Est, la Trabant, sembra sfondare il cemento: lascia un’emozione nel cuore di chi l’osserva, una metafora per chi quel muro ha cercato di sfondarlo, di superarlo, di abbatterlo e magari ci ha rimesso la vita, con le fughe non riuscite.

Di nuovo, i ricordi si riaffacciano alla mente e il Muro continua essere presente come un fantasma a Berlino:
il Gerdenksatte Berliner Mauer è uno straziante museo all’aperto nell’ex zona di sicurezza e tramite audiovisivi racconta le fughe di uomini e donne disperati.

Per capire al meglio come fosse Berlino in quegli anni, si svolgono molti interessanti tour turistici, che fanno anche calare nella realtà della Guerra Fredda, tra storie di spie: sono disponibili con lo sconto con la Welcome Berlin Card, la carta che permette l’uso di tutti i mezzi pubblici e offre anche convenzioni per visitare la città (https://www.berlin-welcomecard.de/it). Utile per ricordare come fosse nel recente passato, vittima di due grandi potenze in lotta durante la Guerra Fredda. In nessun altro luogo il visitatore trova la storia del XX secolo
così intensa e può intuire l’essenza vera di Berlino.

Info: www.visitberlin.de www.germany.travel
Foto di Sonia Anselmo
Si ringrazia www.visitberlin.de
Dedicato a Franca e Mario Elena

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