Cozumel, l’isola delle spiagge battute dal vento

La lunga spiaggia bianca è sferzata dal vento, una famiglia di iguana si ripara tra le rocce, le palme e le insegne in legno ondeggiano. Su Cozumel infuriano violente folate che arrivano
dal mare aperto: gli occhi, i capelli, i vestiti si riempiono di sabbia, impossibile persino stare in piedi saldi.

Normalmente la costa dell’isola messicana, di fronte a Playa del Carmen e alla penisola dello Yucatan, è una meraviglia di acque azzurre, spiagge bianche e vegetazione rigogliosa, dove tuffarsi nei Caraibi più sognati, fare snorkeling tra i pesci, rilassarsi in riva. Ma se la giornata è tempestosa, Cozumel assume un fascino insolito, selvatico e indomito, che spira insieme al vento.

La costa orientale che dà verso il mare aperto è flagellata dalle folate, deserta. Lungo la strada le poche botteghe artigiane e i chioschi con il cocco in bell’evidenza e le bottiglie
di tequila, così la scritta “Cozumel” sulla spiaggia, sembrano in balia della natura, le iguane si nascondono tra le rocce e gli anfratti lungo la litoranea che percorre tutta l’isola.

Già queste spiagge sono più selvagge, tra le palme e la sabbia fine, come Playa Punta Morena, con gli ombrelloni in paglia e i negozietti di souvenir, o Playa Chen Rio, isolata, di difficile accesso. Così, con il vento, offrono un panorama unico sul mare.

Appena appare una baia le folate sembrano calmarsi, qui le acque azzurre sono più tranquille. Così come all’interno, dove tra le mangrovie e le piccole zone lagunari si nascondono i coccodrilli, come la coppia a cui piace mettersi in posa per i turisti, a pochi metri dalla strada, in una pozza che si allarga nella vegetazione.

A Punta Sur c’è un piccolo parco archeologico, in fondo questa è sempre la riviera Maya, ma il vento spazza anche quello, così come il parco ecologico con il faro e gli animali endemici.

Meglio va passando sulla costa più riparata di Cozumel, verso il canale dello Yucatan. Qui le spiagge sono quelle rinomate, come Playa de San Francisco, in susseguirsi continuo di beach club completamente attrezzati, con tutti i confort, dalla piscina ai giochi per bambini, ai ristoranti, agli equipaggiamenti per gli sport acquatici. Un po’ kitsch, con i finti delfini e fontane, ma l’acqua azzurra e il fondale fanno perdonare tutto, quando non è giornata di mareggiata. Se no, è tutto marroncino, indefinibile, in attesa di meglio.

Anche a Punta Langosta, all’entrata della città di San Miguel de Cozumel, il vento sembra essersi ritratto davanti all’avanzata dei croceristi: qui in questo molo trasformato in centro commerciale, con ristoranti e musica a tutto volume, attraccano ben 30 navi da crociera a settimana quando è stagione. Tutto è stato realizzato per far felice il turista, qui si trovano anche i taxi con cui
fare il giro dell’isola o le escursioni che portano ai beach club o al sito archeologico.

Tutt’intorno ci sono negozi e negozietti di ogni souvenir possibile, ma addentrandosi nelle piccole vie laterali si possono anche scoprire tesori artigianali, come le bamboline di stoffa o i portafortuna realizzati da una bellissima signora d’origine maya e le sue figlie, che non sa una parola di inglese ma è accogliente e gentile come pochi, con i suoi grandi sorrisi e le trecce nere.

Anche girando per San Miguel si scoprono segreti nascosti, come il mercato locale, le casette basse tinte a colori pastello, i piccoli giardini traboccanti di fiori, le vecchie auto maggiolino dipinti a tinte forti.

Fondata nel XIX secolo dai fuggitivi della Guerra delle Caste nello Yucatan, l’unica città di Cozumel è collegata con un aeroporto internazionale e un traghetto con Playa del Carmen, oltre alle crociere, ed è interamente consacrata al benessere del turista.

Per chi ama la storia e l’archeologia c’è anche un sito maya, San Gervasio, nel centro dell’isola: non imponente come quelli dello Yucatan, ma comunque interessante e capace di dare un’infarinatura nella tematica.

Cozumel, d’altronde, è stata abitata sin dal 200 d.C ed era uno dei luoghi principali di pellegrinaggio per i Maya. Dove si trova San Gervasio c’era un tempio dedicato a Ixchel, la dea della fertilità, della luna, del parto, della medicina e della tessitura. Gli archeologi ritengono che ogni donna Maya, almeno una volta nella vita, avrebbe dovuto recarsi a Cozumel per fare offerte
a Ixchel per la sua fertilità, quella dei campi e della sua famiglia.

Il sito di Cozumel rimase attivo anche dopo la fine della civiltà Maya e anche oltre la conquista spagnola: è stata rinvenuta tra le rovine una cripta contenente 50 scheletri, che si pensa
siano quelli morti nel XVI dopo l’arrivo degli europei, che ribattezzarono l’isola de Santa Cruz. Oggi nel sito si possono vedere tre spazi, Las Manitas, Plaza Central e Murciélagos, collegati da sentieri che seguono le antiche strade rialzate utilizzate dagli abitanti originari della città.

Lo stesso nome di Cozumel proviene dalla lingua Maya e da Cuzamil, ovvero paese delle rondini. Il massimo splendore dell’isola fu tra il 1250 e il 1500 quando il popolo che ci abitava, Putún o Chontol o Itzás, dominava la penisola ed era composto da provetti mercanti sulle coste. Furono vittime delle malattie e dell’invasione dei conquistadores.

Dopo gli spagnoli, l’isola divenne territorio e base di pirati olandesi e inglesi, fino al totale abbandono e decadenza. Fu riscoperta nel Novecento con la presenza di una base aerea americana e lo sfruttamento dell’olio di cocco.

Turisticamente Cozumel deve la rinascita ai film subacquei di Jacques Cousteau, che vennero girati nelle sue acque limpide, portandosi dietro biologi e studiosi marini. Inoltre, la vicinanza con Cancun e Playa del Carmen ha contribuito, insieme alle navi da crociera, a far apprezzare il grande potenziale naturalistico della piccola Cozumel, anche quando soffia il vento e non si può fare snorkeling.

Info:
https://visitmexico.com/
Foto Sonia Anselmo, dreamstime.com, Pixabay

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